“Non vorrei che Bergoglio facesse la stessa fine di Luciani“. Parola di padre padre Gabriele Amorth, classe 1925, conosciuto in tutto il mondo per i suoi esorcismi contro il demonio. La sua più che una profezia sarà una semplice paura però non è il solo, dentro e fuori le mura leonine, a temere che la salute di Papa Francesco sia in serio pericolo. Leggende metropolitane a parte, è ben noto che Giovanni Paolo I morì a causa di un infarto al miocardio nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1978, e che il famoso caffè preparatogli dalla sua fedelissima suor Vincenza Taffarel non lo bevve mai perché la morte era sopraggiunta prima del suo risveglio. Ma su quella tazzina misteriosa sono stati scritti fiumi di inchiostro alimentati anche dalla decisione dei cardinali dell’epoca di non autorizzare l’autopsia sul corpo del Papa che governò la Chiesa per soli trentatré giorni, tanti quanti gli anni di colui di cui il vescovo di Roma è il vicario, ovvero Gesù.

Il mistero su quella morte improvvisa che avrebbe consacrato quel 1978 come l’anno dei tre Papi, l’uno successivo all’altro però, ci riporta all’oggi della Chiesa in cui ci sono due Pontefici in Vaticano: Benedetto XVI, il “nonno emerito”, per dirla con Bergoglio, e Francesco. C’è qualcuno che attenta alla vita del Papa argentino? Il riferimento di padre Amorth a Luciani non è casuale. In quasi cinque mesi di pontificato Francesco ha toccato tutti i tasselli che in Vaticano considerano “pali dell’alta tensione”, così come forse avrebbe fatto anche il patriarca di Venezia divenuto Papa. Ma per quest’ultimo il tempo di permanenza sul trono di Pietro fu a dir poco tiranno e gli consentì soltanto di inaugurare uno stile catechetico che richiama moltissimo quello di Bergoglio. La sera prima di morire Giovanni Paolo I avrebbe avuto un duro scontro con il Segretario di Stato Jean-Marie Villot. Dei motivi del confronto aspro tra i due non si è mai saputo nulla di certo. L’ipotesi più accreditata è sempre stata quella che Giovanni Paolo I avrebbe prospettato al suo “premier” una serie di riforme della Curia e dello Ior che avrebbero trovato una ferma opposizione da parte di Villot. Molto probabilmente Luciani pensava proprio a quelle riforme per una “Chiesa povera e per i poveri” che oggi Papa Francesco intende attuare con l’aiuto di otto cardinali outsider coordinati dall’arcivescovo honduregno Óscar Rodríguez Maradiaga che, proprio in questi giorni a Rio de Janeiro per la Gmg, ha detto che lo Ior dovrà diventare una banca etica.

“Se trovo resistenza? Mah! Se c’è resistenza – ha affermato Francesco – ancora io non l’ho vista. È vero che non ho fatto tante cose, ma si può dire che sì, io ho trovato aiuto, e anche ho trovato gente leale. Per esempio, a me piace quando una persona mi dice: ‘Io non sono d’accordo’, e questo l’ho trovato. O ‘non sono d’accordo’. Questo è un vero collaboratore. E questo l’ho trovato, in Curia. E questo è buono. Ma quando ci sono quelli che dicono: ‘Ah, che bello, che bello, che bello’, e poi dicono il contrario dall’altra parte… Ancora non me ne sono accorto”. Le pugnalate peggiori sono proprio quelle che arrivano alle spalle proprio dai più stretti collaboratori, come sa bene Benedetto XVI Benedetto XVI tradito dal suo maggiordomo infedele Paolo Gabriele proprio nell’inaccessibile appartamento pontificio, lì dove Bergoglio ha scelto di non abitare. “Ci sono santi in Curia – ha affermato il Papa – ma anche qualcuno che non è tanto santo, e questi sono quelli che fanno più rumore. E ci sono alcuni che danno scandalo e che fanno male. Credo che la Curia – ha confidato Bergoglio – sia un poco calata dal livello che aveva un tempo, di quei vecchi curiali fedeli, che facevano il loro lavoro. Abbiamo bisogno di queste persone. Ce ce sono, ma non tanti come un tempo. Dobbiamo averne di più”.

Non a caso il Papa usa un solo aggettivo per definire il profilo del vecchio curiale ed è “fedele”. È proprio l’infedeltà della Curia che ha fatto deflagrare la vicenda Vatileaks e che ha costretto Benedetto XVI alle dimissioni. Ma Papa Francesco, che tocca continuamente temi molto scottanti come la lobby gay con grande chiarezza e senza paura, non teme per la propria incolumità fisica. Lo ha dimostrato anche in Brasile dove non ha voluto utilizzare la papamobile blindata, costruita dopo l’attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981. “Con meno sicurezza – ha spiegato il Papa – io ho potuto stare con la gente, abbracciarla, salutarla, senza macchine blindate… è la sicurezza di fidarsi di un popolo. È vero che sempre c’è il pericolo che ci sia un pazzo che faccia qualcosa; ma c’è anche il Signore! Fare uno spazio di blindaggio tra il vescovo e il popolo è una pazzia. La vicinanza fa bene a tutti”. La sicurezza, dunque, di fidarsi di un popolo. E della Curia si potrà fidare il Papa? Del resto proprio l’allora cardinale Bergoglio quando, nel 2005, in Vaticano pensavano di chiamarlo a guidare un’importante congregazione rispose: “Per carità, in Curia muoio”.