Il telefono, finalmente. Niccolò Ghedini. Rispose. Attese. Poi disse: “Lo sapevo! Illiberali! Comunisti”. E poi disse: “All’aeroporto, presto!”. Chiamò perché il maggiordomo gli portasse i vestiti, quelli pronti da tempo. Nessuno. Suonò di nuovo. Niente. Freneticamente cominciò a rovistare nell’immenso guardaroba. Ecco. Jeans strappati, camicia a fiori, baffi finti, barba da frate. Perfetto. Irriconoscibile. E il cappello? La bandana no, lo avrebbe reso riconoscibile.

Alle 15,23 Silvio Berlusconi scese nel cortile di Palazzo Grazioli vestito come un hippy sopravvissuto a Woodstock, con un cappello a cilindro e il monocolo, sicuro di essere travestito alla perfezione.

“Presto l’autista!”. Niente. Gridò più forte: “Autista!”. Nessuno.

Uscì dal portone e fermò un taxi. “All’aeroporto!”, disse. Il tassista girò solo mezza testa: “Niente da fare dottò! Non ha sentito? Sciopero! Grande manifestazione contro i giudici comunisti! Se ci viene la porto gratis”.

Sbatté la portiera, seccatissimo. Due minuti dopo era alla fermata del 32 barrato confuso alla massa dei viaggiatori, alcuni gioiosi, altri turbati, alcuni semplicemente smarriti. “Non ho il biglietto, signora – disse a una tizia levandosi il cilindro – Me ne vende uno? Le do quindicimila euro!”.

“Spiritoso! – disse quella –. Tranquillo, i controllori sono in sciopero, grande manifestazione contro i giudici comunisti!”.

Già dopo la seconda fermata l’autobus non andava più né avanti né indietro. Troppo traffico. Tutto bloccato. Clacson. Parapiglia. Nervosismo. “Che succede?”. “Non si cammina – rispose l’autista – tutto bloccato. Il nostro popolo reagisce a questo attacco alla democrazia! Giudici comunisti!”.

Si avviò a piedi. Ormai erano le 17.

Alle 19.30, sudato fradicio, con la camicia a fiori chiazzata, i baffi che si staccavano su un lato, la barba pendula, il cilindro storto sulla testa, arrivò ai cancelli dei voli privati. Il suo jet era lì, bianco, bellissimo. Sospirò di sollievo. Ora avrebbe potuto cambiarsi, poi c’era quella hostess carina… e poi il decollo.

Convocò il pilota. Niente. Chiamò più forte. Nessuno. Un inserviente seduto in un angolo dell’hangar gli disse: “Non c’è nessuno buon uomo! Sono stati tutti convocati per fare numero. Non ha saputo della manifestazione contro i giudici comunisti?”.

Ormai sull’orlo di una crisi di nervi, cominciò a maneggiare furiosamente il telefono. “Daniela! Daniela!”. Ma dall’altra parte solo voci confuse, rumori di folla, gracchiare di megafoni. Poi una voce stridula: “Non si sente niente! Richiami domani. Non lo sa che oggi c’è questa grande manifestazione contro i giudici comunisti?”. Renato! Renato non tradiva mai. In effetti rispose al primo squillo, ma non gli lasciò nemmeno il tempo di parlare: “Non rompere, chiunque tu sia! Ma non lo sai che giorno è oggi! E il nostro Presidente non si trova da nessuna parte! Ora andiamo in corteo a Re-bibbia a farcelo ridare! Cretino!”. Poi più niente.

Un’altra telefonata partì dieci minuti dopo dal posto di polizia dell’aeroporto. “Pronto? Questura centrale? C’è qui un vecchietto vestito come un pazzo che dice di essere Silvio Berlusconi e di venirlo a prendere. Dice che si arrende. Si consegna. Che faccio?”.

“Ma non lo sai che oggi abbiamo tutte le pattuglie in piazza? Non possiamo mica perdere tempo coi matti! Digli di aspettare, se proprio ci tiene!”.

Cinque ore, due gelati, tre caffè e sei thé freddi dopo, un ometto solo, malvestito, triste e accaldato, sedeva nella sala d’aspetto delle partenze vip, guardando mestamente scorrere i titoli del Tg di mezzanotte : “Mediaset: Cassazione conferma condanna. Ma c’è il giallo: dov’è Silvio Berlusconi?”. Le lacrime gli staccarono l’ultimo angolo della barba finta.

Avvertenza importante. La carta su cui è stampato questo giornale è digeribile. In caso di assoluzione o di rinvio della sentenza, appallottolate questo pezzo e ingoiatelo. Vini consigliati: Chardonnay o Pinot Grigio. Consolatevi con il fatto che gli altri, intanto, si stanno mangiando la Costituzione.

il Fatto Quotidiano, 30 Luglio 2013