Quasi una dissonanza. Da un lato la scrittura di Ugo Riccarelli, lieve, sospesa, eppure colma di dolore, sfiorata da una malinconia troppo nascosta per non essere manifesta. Dall’altro lato l’uomo, mancato due giorni fa (aveva 58 anni, oggi alle 12 si sono tenute le esequie al cimitero del Verano, a Roma), sempre allegro, gioviale, che di malinconico non aveva proprio nulla. Come se la sua malattia fosse un destino, da vivere con eleganza, da riservare con pudore ai suoi libri. Emigrante al contrario, come amava ripetere, era nato da famiglia toscana a Ciriè, nel Torinese. Alla sua storia familiare, in particolare alla storia di sua madre, è dedicato l’ultimo libro, L’amore graffia il mondo (Mondadori) con il quale era entrato in cinquina per il Campiello (ieri il comitato ha deciso che rimarrà in gara). Ancora un libro malinconico e dolce, al quale Riccarelli – che sapeva sarebbe stato il suo ultimo – ha consegnato la chiave della sua vita, disperata e coraggiosa. A soli sette anni si ammalò di polmoni, come si diceva allora, e ha inizio il suo calvario sanitario che sfocia nel trapianto di cuore e polmoni in Gran Bretagna, intorno ai 35 anni. Molti mesi in quell’ospedale in attesa del donatore e attaccato a un respiratore. Quando il trapianto gli ha ridato la vita (anche alla madre, che in L’amore graffia il mondo appare come una madonna addolorata alle prese col figlio perennemente morente), decise di scrivere la sua storia.

Fu il suo esordio, per Feltrinelli, con Le scarpe appese al cuore. Nel racconto della sua gioia la prima volta che riuscì a salire uno scalino c’è l’uomo e lo scrittore: un uomo coraggiosissimo che ha vissuto da malato perenne spandendo allegria intorno a sé; uno scrittore ironico capace di coniugare il senso di un’esistenza al racconto minuzioso della felicità per le piccole cose. Rivendicava, ridendo, che i suoi polmoni erano marci ma il cuore perfetto. Però non si poteva, tecnicamente, trapiantare i soli polmoni e così quel suo cuore perfetto andò nel ventre di un’altra persona, salvandole la vita. Nel frattempo era sceso da nord per finire a Pisa. Qui va a lavorare all’ufficio stampa del Comune. Il più folle ufficio stampa di sempre, di certo il più letterario. A dirigerlo c’era Athos Bigongiali, un raffinato narratore che aveva pubblicato già alcuni libri con Sellerio.

Ecco nascere un singolare sodalizio culturale: la mattina comunicati degli assessorati e discorsi per il sindaco, al pomeriggio letteratura. Ugo, il malato, è inesauribile; Athos, il pigro, non ha nemmeno la patente. Ed eccolo, il trapiantato, alla guida per centinaia di chilometri per portare Athos in giro per l’Italia a presentare i suoi libri. Nel 1998 sono entrambi in finale: Riccarelli al Campiello con Un uomo che forse si chiamava Schulz (Piemme) e Bigongiali al Viareggio con Ballata per un’estate calda (Giunti). Riccarelli sorprende tutti gli amici facendo convivere le pesanti terapie antirigetto (che sapeva gli avrebbero accorciato la vita) e un lavoro letterario matto e disperatissimo. Sempre con un’autoironia disarmante. Amava ricordare che al comune il suo inquadramento era un quarto livello: “a regola io sono quello che dovrebbe fare le fotocopie”. Quando nel 2001 pubblica L’angelo di Coppi, dieci raffinatissimi racconti sulle varie discipline sportive, non sa che fra i suoi lettori che rimarranno folgorati c’è Walter Veltroni.

L’anno successivo Veltroni lo vuole con sé a Roma come suo ghostwriter al Campidoglio. Come sempre Riccarelli rise: “Mi ha assunto dopo venti minuti che mi conosceva, speriamo bene”. Era felice di sbarcare a Roma per poter stare vicino a Roberta, che sposerà. E intanto sforna Il dolore perfetto (Mondadori), che riassume perfettamente nel titolo l’idea che faceva di Riccarelli un grande scrittore: anche la perfezione del dolore rende la vita preziosa. Vinse il premio Strega e per rassicurare gli amici che non si era montato la testa scolpì il seguente commento: “Il mio impegno è stato premiato, essere intervistato da Marzullo è la mia più grande soddisfazione”. Gli ultimi anni sono i più difficili. Il suo corpo così faticosamente tenuto in funzione comincia a cedere. La dialisi un giorno sì e uno no diventa il suo metronomo. Athos, il fratello di lettere e di cuore rimasto a Pisa lo chiama e lo invita alla pigrizia: “Stai buono Ugo, riguardati un po’, che diavolo ci vai a fare fino a Bari per presentare il libro?”. E lui fingendo di non capire: “Oh, io non sono mica come te, io mi do da fare”. E si sbatte in giro tra una dialisi e l’altra per raccontare che la letteratura è la medicina di tutto. Aveva urgenza di portare in libreria il libro sulla madre, il suo modo di chiudere i conti con una vita a due stadi: nascita e sopravvivenza. Si accaniva sulla scrittura e, per giustificarsi e schernirsi, diceva sfottendo i sani: “Ho fretta, ragazzi, non sono mica come voi che avete un sacco di tempo”.

di Marco Filoni e Giorgio Meletti

(Foto Lapresse)

Il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2013