Nel 2008 l’Italia ha firmato una risoluzione del Consiglio dell’Unione Europea nella quale si è impegnata, con tutti gli altri Stati membri, a “impedire l’esportazione di tecnologie e attrezzature militari che possono essere usati per repressione interna” verso quei Paesi che si distinguono per violazioni dei diritti umani e sono “particolarmente carenti nel rispetto degli standard internazionali di democrazia” (2008/944/PESC). Non solo: già nel 1990 è stata approvata una legge, la 185 del 9 luglio, nella quale si vieta esplicitamente di esportare sistemi d’arma verso i Paesi che sono responsabili “di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”. Eppure, nonostante tutto questo, l’Italia continua ad essere uno dei principali fornitori di armamenti leggeri del Kazakistan. Per la precisione di armi destinate alle Forze Armate del Kazakistan.

Nel 2012, come riportato dall’Osservatorio Permanente sulle Armi leggere di Brescia (Opal), abbiamo esportato nella terra di Nazarbayev 40 fucili d’assalto (calibro 7,62 modello Arx160) e altri 40 lanciagranate comprensive di 1000 granate, oltre a 3 pistole semiautomatiche Px4 Storm corredate di sei silenziatori. Il valore di queste armi è di 196.960 euro, ma si tratta di una goccia in mezzo al mare. Già. Perchè, a quanto riferisce un’interrogazione parlamentare presentata al ministro degli Esteri, Emma Bonino dal deputato di Sel Arturo Scotto, è dal 2007 che, in pratica, non abbiamo mai smesso neanche un minuto di fornire armi al Kazakistan. Anzi, da quell’anno il flusso è aumentato in modo esponenziale, passando dai 47 mila euro nel 2007 a oltre 600 mila euro nel 2011.

Nel solo gennaio 2013 il dato della nostra fornitura è stato di 41 mila e 900 euro. Negli ultimi tempi, come ha documentato sempre l’Opal in una relazione inviata al Consiglio dei ministri il 17 giugno del 2013 (dunque quando il caso del rimpatrio forzato di Alma Shalabayeva e della figlia si era già consumato), l’Italia aveva già fornito al Kazakistan anche nuove partite di armi semiautomatiche e fucili a pompa sempre destinati alle forze di sicurezza e ai corpi speciali kazaki, in barba anche alle norme integrative della legge 185 del ’90 che prevede proprio l’esclusione delle esportazioni verso Paesi a rischio repressione interna di armi “con spiccata potenzialità di offesa”. Insomma, abbiamo venduto al Kazakistan armi da guerra pesanti, non roba per uso sportivo, né da caccia né, tanto meno, da collezione.

Più si va avanti, dunque, e più l’affaire kazako assume i connotati di una vergogna nazionale sempre più imbarazzante. In questo caso, Emma Bonino, che della difesa dei diritti umani ha fatto negli anni una sua cifra di distinzione politica e personale, sarà chiamata a rispondere in Parlamento del perché, in barba a regole internazionali comunitarie, ma anche a semplici leggi interne, l’Italia ha continuato a foraggiare le milizie del dittatore kazako che – è bene ricordarlo – è al potere dal 1991; solo due anni dopo Amnesty International ha inserito il Kazakistan tra i Paesi che si sono distinti per “torture e maltrattamenti” da parte delle Forze di Sicurezza nei confronti di manifestanti e oppositori del regime. Proprio come il dissidente Mukhtar Ablyazov: nel rapporto 2013, per giunta, Amnesty parla esplicitamente del Kazakistan come luogo dove le detenzioni non ufficiali, i processi iniqui, le torture e la “disinformazia” di Stato sono ormai sedimentati al punto da essere considerati la regola e non l’eccezione. Chissà se anche stavolta, con i rapporti della compravendita di armi alla mano, sia Alfano che la Bonino potranno ancora dire “non sapevo”.