Diciassettesimo appuntamento con la nuova rubrica del Fatto.it: Leonardo Coen, firma del giornalismo italiano, racconta il centesimo Tour de France tra cronaca, ricordi, retroscena e aneddoti.

Il menu della diciannovesima tappa, almeno à la carte, era ben assortito e, apparentemente, assai interessante. Intanto, per gradire, cinque salite di gran qualità, altro che slow bike…e di riconosciuta tradizione ciclistica: penso al Col de La Madeleine che il Tour ha affrontato venticinque volte, alle suggestioni della memoria: Bartali, Coppi, Gimondi, Bobet. C’era una lunghezza più che rispettabile, visto che siamo a fine Tour, che è come dire siamo alla frutta. Infatti, 204,5 chilometri promettevano sane mazzolate, se ci fosse stato qualcuno capace di impensierire la maglia gialla. Perdipiù si è messo a piovere, scrosci da freni e imboscate all’ultima spiaggia lungo i tredici chilometri finali in discesa mozzafiato. E’ noto che Froome sul bagnato è prudente, ricordo anche che un certo Gastone Nencini vinse il Tour del 1957 grazie alle sue prodezze e a un indomito coraggio, virtù che sono sempre più rare al Tour

(Qui apro una parentesi: uno che ha coraggio c’è a questo Tour, sia pure un coraggio diverso da quello di Nencini, il Leone del Mugello. E’ il coraggio di non lasciarsi sconfiggere dai venticelli della calunnia. A prescindere da quello che ci potrà riservare il futuro, è ammirevole infatti come Christopher Froome stia replicando, a parole e a pedalate, a chi lo ritiene un altro dopatone. E’ vero che le sue prestazioni – soprattutto i fulminei scatti e l’incredibile frequenza delle pedalate – siano talmente stupefacenti da indurre a cattivi pensieri. E tuttavia, il kenyota bianco mi sta diventando simpatico. Con tutto quello che gli dicono e gli scrivono, oggi sul palco ha sorriso. Un piccolo, timido sorriso, ma c’è stato. Ormai è fatta. E se qualcuno insinua che è ‘fatto’, lui sfodera i dati e le analisi che la Sky ha consegnato all’Equipe. E’ sottintesa la ragione, diciamo così etico-giuridica: vale la presunzione d’innocenza, sino a quando non si riesce a dimostrare il contrario. Purtroppo, ne abbiamo viste così tante che bisogna davvero essere più che ottimisti, e, forse, degli illusi…).

Torniamo alla tappa. O meglio, alla non tappa. Infatti, nella temutissima Bourg D’Oisans-Le Grand-Bornand non è successo nulla. Beninteso, nulla che riguardi i vertici della classifica. Segno che il predominio di Froome è stato verificato e accettato: se oggi si fossero accorti che lui non aveva recuperato la défaillance di fine corsa all’Alpe d’Huez, l’avrebbero sbranato. Il problema è che Alberto Contador è al lumicino. Deve badare ai dentini aguzzi di Nairo Quintana, il quale, non sazio d’aver conquistato (terzo colombiano della storia del Tour) la maglia bianca, punta al secondo posto: la penultima tappa è breve, appena 125 chilometri, ma è cattiva, maligna. Con indigesto arrivo ad Annecy Semnoz, un colle con 8,5 per cento di pendenza media spalmata su 10,7 chilometri di salita. In termini d’intensità, la considero la più dura del Tour. Quintana attaccherà Contador. La Movistar, la squadra di Nairo, ha portato un altro piccolo trofeo in bottega: la seconda vittoria di Rui Alberto Costa, il portoghese che aveva vinto a Gap. Froome sarà riconoscente con la Movistar di Alejandro Valverde, il rivale in patria di El Pistolero. In verità, le sfide per il podio riguardano oltre Contador, Quintana, pure Roman Kreuziger e Joaquim Rodriguez (che mi sembra il più in forma), tutti in 47 secondi. Quarantasette, la morte che parla…

Voglio infine ricordare l’incredibile vicenda di un francese che oggi ha rosicchiato a Froome un sacco di punti nella prestigiosa classifica di miglior scalatore: Pierre Rolland è ora ad un punticino da Christopher e nella tappa di sabato, l’ultima vera tappa prima della passerella (quest’anno notturna) sugli Champs Elysées ha ancora disposizione 71 punti. Rolland in classifica generale è venticinquesimo. Solo tre volte, in diciannove tappe si è piazzato meglio della sua classifica: ma di poco. Una volta è arrivato ventiduesimo, all’Alpe d’Huez è stato ventisettesimo, oggi ha fatto record: sedicesimo. Chapeau!

Lettura consigliata – Christian Laborde, L’ange qui aimait la pluie, (Albin Michel, 1994) ossia Charly Gaul. In molti pensano che nessun corridore abbia mai affrontato le montagne con il suo stile: Gaul era l’epopea e la danza, l’armonia, la stella tutta leggerezza. Dava l’impressione che avesse le ali, come Coppi, l’Airone…E’ una sorta di biografia romanzata, del resto Laborde si definisce il “primo scrittore swing della lingua francese”. Grande nel farci rivivere il Tour della leggenda, ossia quello del 1958 che il fuoriclasse lusemburghese fece suo dopo folgoranti scontri con: con Jacques Anquetil, Federico Bahamontes, Raphael Geminiani, Louison Bobet. E c’erano gli sprint di André Darrigade e Vito Favero, il gregario n maglia gialla: solo l’immenso Gaul fu più bravo, quell’anno.