Sedicesimo appuntamento con la nuova rubrica del Fatto.it: Leonardo Coen, firma del giornalismo italiano, racconta il centesimo Tour de France tra cronaca, ricordi, retroscena e aneddoti.

Ti aspetti nel gran giorno dell’Alpe d’Huez scalata due volte un nuovo impressionante show di Christopher Froome, invece la maglia gialla paga pegno, incappa in una imprevista crisi di zuccheri che lo coglie a quattro chilometri dal traguardo mentre sta con il colombiano Nairo Quintana e lo spagnolo Joaquim Rodriguez detto Purito, e gli va di lusso che Alberto Contador e lo scudiero Roman Kreuziger siano rimasti indietro, le gambe svuotate d’energia. Froome va nel panico, alza una, due, tre volte il lungo magrissimo braccio, invoca l’ammiraglia, per fortuna lo accosta il fido Richie Porte, rincuora il ‘capo’, gli passa la sua razione di zuccheri a rapida assimilazione, lo protegge come uno scudo dagli eccessi d’entusiasmo dei tifosi un po’ barbari che strepitano e quasi soffocano i corridori. Intanto, Quintana e Rodriguez scappano via, approfittano della crisi di Froome. Il colombiano punta al podio finale, ed infatti stasera è terzo, ad una manciata di secondi da Contador. Il bello, nel brutto, è che Froome è riuscito a guadagnare lo stesso quasi un minuto nei confronti del rivale spagnolo. Che ora è ad oltre cinque minuti dalla maglia gialla. Il centesimo Tour, lo ripeto da una settimana, è di Christopher Froome.

Il Tour di Contador è perso: anche oggi, qualche allungo velleitario in discesa, ma poi si è arreso all’evidenza, e alla superiorità di Froome. Appena ha dovuto affrontare la seconda salita all’Alpe d’Huez, El Pistolero si è piantato: intendiamoci, con grande dignità, contenendo il distacco. Per lui, l’ultima ascesa all’Alpe d’Huez è stata come pigliare l’ascensore per il patibolo. Poi c’è stato il Tour dei cacciatori di tappe. Una bella fuga cominciata al chilometro 13, sul non irresistibile Col de Manse, e una compagnia di lanzichenecchi assai variegata. Dopo altri cento chilometri e rotti, Moreno Moser, il nipote di Francesco, che avrà ventitré anni il giorno di Natale, si è tolto con l’irriverenza della sua gioventù lo sfizio di transitare in testa al primo passaggio dell’Alpe d’Huez e poi ha resistito sino al traguardo, conquistando un onorevole terzo posto, dimostrando lucidità e mantenendo una pedalata regolare. Una gran bella galoppata, la sua. Spesso, in testa.

La tappa dei primi, non dei migliori in classifica (apparso stanchi e/o rassegnati), è stata divertente, ricca di colpi di scena, e densa di emozioni antiche. L’americano Tejay Van Garderer, altro giovane (ha 24 anni) – l’anno scorso maglia bianca del Tour, campione Usa di ciclocross, di corsa su strada e a cronometro – nel momento cruciale della corsa, durante l’ultima discesa dal Col de Sarenne, ha avuto un guasto meccanico alla catena. Ha atteso l’ammiraglia per il cambio della bici, ha inseguito il francese Christophe Riblon e il nostro Moser (che aveva patito la salita ma si era ripreso in picchiata). E’ tornato in testa, nella salita, ma le gambe sono diventate dure come paracarri per lo sforzo dell’inseguimento. E’ andato in agonia lenta.

Dietro, a una ventina di secondi, lo puntava l’indomito Riblon, che ha 32 anni e il cuore dei quasi campioni. Era appena finito nel prato, per una ‘lunga’ in curva, nella discesa del Col de Sarenne, sorpassato da Moser. L’aveva riagguantato, e dopo, quando Van Garderer era ripiombato su lui e l’italiano, era rimasto ai mozzi dello scatenato americano. Tejay mi ha staccato. Io ho avuto la freddezza di non disperarmi. Ho pensato che per raggiungerci doveva aver speso quasi tutte le energie. Ad un certo momento mi hanno detto che il suo vantaggio diminuiva. Ho preso coraggio. L’ho intravisto, ho capito che era in balla. Ho alzato lo sguardo verso l’Alpe d’Huez, mancavano un paio di chilometri all’arrivo, mi sono ricordato che avevo dieci anni quando vidi per la prima volta il Tour arrivare lassù. Era il 1991, vinse Gianni Bugno. Mi sono detto: ora tocca a te, Chri. In questo Tour sono andato in fuga quattro volte, ad una tappa sono arrivato secondo. Sono orgoglioso di aver regalato ai francesi la prima vittoria di tappa”. Ha pedalato col cuore, il trentaduenne Riblon, che appena ha tagliato il traguardo è scoppiato in lacrime. Di felicità. E d’orgoglio. Come ha sorriso bello il giovane Moser, il suo terzo posto è un segno di classe. La famiglia Moser continuerà a meravigliarci.

Nel frattempo non si placano le polemiche sul caso Froome. Persino l’Equipe ha dedicato un ampio dossier analizzando le prestazioni della maglia gialla: “Prossime ai limiti fisiologici umani”. Trasparenza o farmacia? I dubbi si accumulano come massi in bilico di una frana. L’impressione è che quest’atmosfera di veleni e sospetti stia intaccando l’apparente imperturbabilità di Froome. La crisi patita alla fine della tappa ne è un sintomo? Qualche strascico ci sarà. Anche la prossima tappa non scherza, anzi, a mio avviso è dura quanto quella dell’Alpe d’Huez, se non di più perché viene subito, il giorno dopo, con cinque colli da scalare. Inoltre quando Froome ha chiesto gli zuccheri, Porte li ha presi dall’ammiraglia e li ha poi dati al compagno. Commettendo un’infrazione al regolamento che vieta il rifornimento negli ultimi tre chilometri. La sanzione prevede una penalizzazione di 20 secondi. Ma la sostanza non cambia. Contador è alla frutta. Gli altri, al dessert. Solo Quintana può impensierire Froome. Ma il colombiano è astuto: preferisce puntare al secondo posto, che non rischiare la cotta. E poi, ho negli occhi il lavoro della sua squadra, la Movistar, che ha tirato a vantaggio di Quintana e di Valverde, il capitano. Ma soprattutto, ha aiutato la Sky di Froome.

Lettura consigliata – Javier Garcia Sanchez, El Alpe d’Huez, Plaza&Janes Editores, 1997. E’ un romanzo. Un sogno. Tra i duecento corridori del Tour che stanno affrontando la celebre e micidiale salita si nasconde, in mezzo alla pancia del gruppo, un ciclista cantabrico che è conosciuto come Jabato. E’ ormai alla fine della carriera, un passato glorioso, ma ormai lontano. Ha trentasei anni, ed è a malapena tollerato nella sua squadra. Ma a un certo punto, succede ciò che nessuno avrebbe mai immaginato. A pochi chilometri dal via, Jabato scatta e va in fuga. Tutti pensano che la sua è una pazzia, non può resistere. Invece…il lungo racconto è un monumento al ciclismo, alla voglia di lottare e di superare se stessi.