Ci sono una notizia buona e una cattiva: l’estate alla fine è arrivata, ma non è come le altre, è un’estate kazaka. Invece che dai motivetti di una volta, tipo le canzoni dei Righeira, più consoni a governi balneari democristiani, l’estate 2013 rischia di essere scandita da questo tormentone di ambasciatori subdoli, ministri inetti e poliziotti troppo zelanti: lo scandalo su misura, si direbbe, per un governo dei larghi inciuci. Non so voi, ma io non riesco più neppure a indignarmi per queste cose kazake: peggio, rischio di indignarmi solo per l’indignazione a comando di qualcun altro. E allora provo a dire le sole tre cose che ancora non siano state dette: anche se posso sbagliarmi, persino io.

Qualcuno si è chiesto: ma i quaranta-poliziotti-quaranta precipitatisi nella villa di Casalpalocco armati fino ai denti, neanche dovessero arrestare Bin Laden, non potevano farsi prima un giretto su google per capire che avrebbero trovato solo moglie e figlia di un dissidente kazako? Da testimone del G8 di Genova, posso solo sorridere dinanzi all’ingenuità della domanda: con chi se la presero, nel 2001, i nostri tutori dell’ordine, con i feroci black bloc o con i pacifisti ospitati in una scuola? Qui da noi, non solo i poliziotti, ma chiunque abbia un briciolo di potere, lo usa contro i deboli, mai contro i forti: si corrono meno rischi e spesso ci scappa pure la promozione.

Altri hanno notato analogie fra il caso in questione e quello di Abu Omar (2003), l’imam rapito a Milano da agenti della Cia: ricordate la grazia concessa qualche mese fa dal presidente Napolitano a Joseph Romano, uno degli ufficiali statunitensi condannati per il rapimento? Le analogie ci sono, per carità, ma la differenza è che nel 2003 gli apparati dello Stato manifestarono la consueta sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, mentre dieci anni dopo l’hanno manifestata nei confronti del Kazakistan: nobile paese caucasico sbeffeggiato da Sacha Baron-Cohen in Borat. Verso chi manifesteremo sudditanza la prossima volta?

Infine c’è chi – il sullodato presidente, lo stato maggiore del Pidì, Libero… – dice che siamo messi troppo male per poterci permettere una crisi di governo kazaka. È vero: infatti, basterebbe che l’Angelino si dimettesse, come Josefa Idem ha dovuto fare per molto meno, e il governo potrebbe dedicarsi molto più fruttuosamente a combattere l’emergenza economica. Senonché, ce lo vedete il governo dei larghi inciuci, diviso su tutto e indeciso a tutto, capace solo di rinviare ogni decisione, dall’Imu in giù sino alla Santanché, a salvare la nostra povera patria? Ah, se d’ogni tanto, in cambio dei dissidenti, ci facessimo dare qualche statista kazako…