Dalle sfilate sulle passerelle a quelle davanti ai giudici. Per Matteo Marzotto e per l’imprenditore col pallino dell’immobiliare Massimo Caputi è amaro l’epilogo della vendita del 29,6% di Valentino fashion group (Vsp) al fondo di private equity Permira, avvenuta nel maggio 2007 come primo step del cambio di proprietà della maison milanese. I due, infatti, sono i nomi più noti tra quelli che andranno a giudizio con citazione diretta per quell’operazione, che fece scattare un’indagine della procura di Milano per presunti reati fiscali chiusa lo scorso aprile.

La storia è nota: la vendita di quel pacchetto di azioni al fondo inglese avvenne attraverso la International Capital Growth (Icg), una società lussemburghese che avrebbe permesso ai venditori di non pagare le tasse sulla plusvalenza realizzata, pari a 199 milioni di euro circa. Questa somma, che coprende anche 71 milioni di euro di imposte Ires non versate, sarebbe poi stata trasferita “in un noto paradiso fiscale” che gli inquirenti individuarono nelle isole Cayman. Soldi irrintracciabili, che fecero scattare un maxi sequestro per equivalente di beni immobili firmato dal gip Gianfranco Criscione: 65 milioni di euro tra ville e appartamenti a Cortina d’Ampezzo, Milano, Roma, Vicenza, Trissino.

Nello sforzo di ammorbidire la loro posizione, gli indagati hanno già chiuso la pendenza con l’Agenzia delle entrate, versando poco meno di 57 milioni di euro a saldo di quelle imposte mai pagate. La mossa è stata apprezzata dai sostituti procuratori Laura Pedio e Gaetano Ruta, titolari dell’indagine, ma non sufficiente di per sé a far cadere le accuse di esterovestizione della Icg (costituita secondo l’accusa al solo scopo di eludere il fisco italiano) e di conseguente omessa dichiarazione dei redditi 2007 in Italia una volta realizzata la plusvalenza.

Un reato punito da uno a tre anni di reclusione. I due pm hanno comunque aperto al patteggiamento della pena, ma la concessione è stata sfruttata solo da quattro indagati dopo lunghi ripensamenti: Vittorio Marzotto e Andrea, Isabella e Rosanna Donà Dalle Rose, che hanno chiuso la partita con 6 mesi di reclusione con pena sospesa e un’ammenda di circa 20mila euro a testa. Per Andrea, componente del cda della società quotata Ratti, scatterà la verifica del requisito di onorabilità per poter ancora sedere nel consiglio.

Per gli altri nove indagati – Matteo, Maria Rosaria, Cristiana, Diamante e Margherita MarzottoBarth Zech, Pierre Kladny, Ferdinando Businaro e Massimo Caputi – che in qualità di soci o amministratori di Icg erano entrati nell’affare, si apriranno quindi le porte dell’aula di tribunale. Per loro la legge prevede che possano chiedere il patteggiamento fino alla prima udienza, ma al momento questa ipotesi sembra esclusa almeno per Caputi, la cui posizione è abbastanza delicata.

L’imprenditore di Chieti è stato nominato da poco vice presidente della società quotata Prelios, la ex Pirelli Real Estate caduta in disgrazia anche per la crisi economica e finanziaria che ha impattato molto sul settore immobiliare. Il suo obiettivo, piuttosto coraggioso, è quello di salvare e risanare la società fondata da Marco Tronchetti Provera e Carlo Puri Negri, che versa in condizioni disperate. Nel 2012 ha infatti riportato una perdita netta di 241,7 milioni di euro dopo che nel 2011 aveva lasciato sul campo 291,5 milioni, 94,5 nel 2010, 104,8 nel 2009 e 267,6 milioni nel 2008: una sfilata di rossi che rivaleggia con le passerelle dello stilista Garavani.

Il manager, ex consigliere di Mps e Acea, guiderà un’aumento di capitale da 185 milioni di euro previsto per il prossimo luglio, di cui parte sarà a carico della sua finanziaria, la Feidos. Ma un’eventuale condanna penale, seppur di primo grado, potrebbe incrinare la sua posizione, indebolendola verso tutti gli stakeholder che girano intorno alla società, banche creditrici in primis. Avendo scelto (fino ad ora) di non patteggiare, per lui i requisiti di onorabilità scatterebbero solo con l’eventuale condanna passata in giudicato, ovvero dopo la Cassazione.

Caputi non si è lasciato comunque impressionare dalla tenacia dei due pm: “Se un’azienda finisce nel mirino del fisco, in Italia per legge vengono coinvolti anche gli azionisti, ma finire nel registro degli indagati non significa essere colpevoli dei reati dei quali si viene accusati” aveva detto in un’intervista al quotidiano abruzzese Il Centro. “Per quanto mi riguarda ho sempre agito in modo corretto. Del resto, non ho mai fatto parte del consigli di amministrazione di Marzotto. In quella sede si decidono le strategie importanti. Personalmente non posso essere ritenuto responsabile di operazioni portate a termine da altri”.

I due titolari dell’azione penale, i pm Pedio e Ruta, hanno appena vinto la causa contro Dolce e Gabbana per lo stesso capo d’imputazione di questo procedimento. Sarà un bis?