A ribadire che ormai la nave Italia segue testarda solo la rotta per il naufragio, arrivano le ultime notizie dalla tolda di comando: il Parlamento. Come era prevedibile e previsto nessuno si è dimesso: Roberto Calderoli, il vicepresidente razzista del Senato, e Angelino Alfano, l’ennesimo ministro dell’Interno a sua insaputa, restano ancora ai loro posti. E, va detto subito, è bene che resistano.

Per chi si informa e s’interessa di politica la coppia rappresenta la plastica incarnazione di un Paese passato dal declino al degrado. Se il duo scomparisse qualche elettore correrebbe anzi il rischio di credere che le cose sono davvero destinate a migliorare. Ma certe illusioni, dopo anni di promesse, è più igienico non darle. Meglio invece urlare: calate le scialuppe, si salvi chi può!

Per questo, davanti alle carriere di Alfano e Calderoli, vale solo la pena di citare Petrolini e il suo memorabile: “Io non ce l’ho con te, ma con chi non ti butta di sotto”. Prendersela coi due non è sbagliato. È inutile. Loro fanno quel che possono, quel che sanno (in effetti niente, ci ha spiegato Alfano parlando dello scandalo kazako) e soprattutto quello che hanno sempre fatto.

Guardate Calderoli, oggi nel mirino per aver paragonato il ministro Kyenge ad un orango. Negli ultimi anni ha definito gli immigrati “bingo bongo”; si è presentato in tv con una maglietta contro Maometto, scatenando manifestazioni violente davanti alle sedi diplomatiche italiane e le chiese cristiane in vari paesi arabi; ha pascolato un maiale (il suo) a Lodi sui terreni dove doveva essere costruita una moschea e poi, tanto per rasserenare gli animi di eventuali aspiranti kamikaze, ha indetto il Maiale day in ottica anti-Islam.

Autore della peggior legge elettorale della Repubblica italiana, da lui stesso ribattezzata porcata (e non a causa dell’ossessione per i suini di cui sopra), nel 2012 è pure stato salvato dalla maggioranza dei colleghi del Senato da un processo per truffa aggravata. A spese dei contribuenti aveva preso un volo di Stato per motivi personali facendo però risultare “con artifici e raggiri”, secondo il tribunale dei ministri, di avere impegni istituzionali in Piemonte.

Un miracolato insomma: “Su me stesso non avrei scommesso una lira”, ha confessato un giorno in preda a un chiaro eccesso di autostima. Un leader da osteria che però il 21 marzo del 2013, invece che ritrovarsi in un’aula di giustizia, vede un’altra aula, quella di Palazzo Madama, eleggerlo vice presidente.

Poche settimane dopo la scena si ripete col governo: Pd e Pdl votano tra poche defezioni la fiducia all’esecutivo Letta junior. Vice-premier è Alfano, abituato a fare da spalla al nipote di Gianni Letta fin dai tempi di Vedrò, la fondazione cofondata nel 2005.

A quell’epoca Angelino aveva già donato il proprio cognome al Lodo Alfano, la legge anticostituzionale ideata per tentare di salvare il Capo (suo e dello zio di Enrico). Ma ovviamente non si era accorto che la norma non stava in piedi. Esattamente come non si era reso conto di aver partecipato, nel 1996, al matrimonio della figlia del boss di Palma di Montichiaro, Croce Napoli, e di aver pure baciato il padre della sposa (“non ho nessuna memoria o ricordo di questo matrimonio, attenti a pubblicare una notizia del genere”, dirà nel 2002).

Distratto infatti il ministro dell’Interno lo è da sempre. Impreciso pure. Nel 2009, da Guardasigilli, arriva persino a dimostrarlo con candore davanti ai colleghi della Camera. Parlando di intercettazioni Angelino dice: “Secondo un mio calcolo empirico e non scientifico (sic), è probabilmente intercettata una grandissima parte del Paese: nel 2007, ben 124.845 persone. Ma poi ciascuna fa o riceve in media 30 telefonate al giorno. Così si arriva a 3 milioni di intercettazioni”.

I dati veri però raccontavano altro. Le persone intercettate non erano più di 10mila. Perché il responsabile della Giustizia confondeva il numero di bersagli, ovvero i soggetti effettivamente ascoltati, con quelli delle loro utenze (anche più di cinque a bersaglio), e sommava tra loro le proroghe dello stesso decreto d’ascolto (che dura 20 giorni ed è reiterabile fino a 2 anni).

Ma che ci si può fare? Alfano è fatto così. In Parlamento, nel Pd e nel suo partito lo sanno tutti. Infatti lo hanno nominato vice-premier e ministro dell’Interno. E checché ne dica il M5S, Sel o Matteo Renzi, è giusto che continui ad esserlo. Alla faccia di una bambina di sei anni e di una madre rispedite in Kazakistan nelle grinfie di un dittatore, di un Viminale fatto traballare nei vertici come mai era successo prima, di un governo di ora in ora più impotente. Se perde la poltrona, la perdono anche gli altri. Il problema qui non è lui che vuole restare. Sono loro che non se ne vogliono andare.

Agguantate un salvagente: buon naufragio a tutti.