Non sapeva niente il ministro degli Interni Angelino Alfano. Non sapeva niente il presidente del Consiglio Enrico Letta. Non sapeva niente alcun ministro del governo. Non sapeva niente la polizia che non credeva che Mukhtar Ablyazov fosse un oppositore al regime kazako. E i diplomatici kazaki sembrano aver avuto gioco facile per “ingannare” la polizia italiana, il Viminale, la Farnesina per rimpatriare in Kazakistan la moglie di Ablyazov, Alma Shalabayeva, e la figlia di 6 anni. E quindi a pagare non è il piano politico, ma il piano operativo: cadono le teste del prefetto Giuseppe Procaccini (capo di gabinetto di Alfano) e del capo segreteria del dipartimento Alessandro Valeri. Il titolare del Viminale riferisce al Senato e poi alla Camera e non solo lo fa in solitudine (significative le assenze al suo fianco di Letta e del ministro degli Esteri Emma Bonino). Ma in gran parte cita solo e testualmente la relazione del capo della polizia Alessandro Pansa perché – è stata la premessa – “sono qui per riferire di una vicenda di cui non ero stato informato”. A questo si aggiungono gli scenari politici. L’Unione Europea ha chiesto chiarimenti per verificare se siano state rispettate le norme in materia di asilo. Alfano inoltre sembra isolato nel governo e ha ricevuto pieno appoggio solo dal suo partito, tanto che alla Camera non prende neanche l’applauso del Pd. Ma c’è di più: dentro allo stesso Partito democratico Matteo Renzi tira per la giacca proprio Letta chiedendo che sia lui ora a riferire in Parlamento perché “la questione in gioco è la credibilità di un Paese come l’Italia sul tema dei diritti umani”. 

 

Alfano: “Mai presentata la domanda d’asilo”
Secondo la relazione letta da Alfano, dunque, “non è mai stata presentata domanda d’asilo da parte di Alma Shalabayeva”. La richiesta, ha ricordato il ministro, è stata avanzata dai legali solo in un secondo tempo: “La donna non ha mostrano neppure nessun permesso di soggiorno”. Nel corso dell’istruttoria, ha riferito Alfano, “non risulta che Alma Shalabayeva o i suoi difensori abbiano mai presentato o annunciato domanda di asilo, pur avendone la possibilità, né è risultato che la cittadina kazaka abbia mostrato o affermato di possedere un permesso di soggiorno rilasciato da Paesi Schengen, cosa che hanno fatto i difensori solo in sede di ricorso contro il provvedimento”. In generale, poi, “le espulsioni non vengono segnalate al ministro” ha spiegato Alfano. Le informazioni al ministro vengono selezionate e classificate dal capo di gabinetto e dal capo della polizia o suoi sostituti. Ad ogni modo, ha spiegato il titolare del Viminale, l’insistenza con la quale i diplomatici del Kazakistan si sono mossi per il rimpatrio di Alma Shalabayeva e della figlia imponeva che il ministro fosse informato. 

“L’attenzione di un altro Paese – continua la relazione della polizia – così evidente e tangibile attraverso l’impegno diretto del proprio ambasciatore e l’utilizzo di un volo non di linea per il rimpatrio delle due cittadine kazake avrebbe dovuto rappresentare elemento di attenzione tale da far valutare l’opportunità di portare l’evento a conoscenza del Ministro”. E comunque anche in questa fase “non era pervenuta alcuna informazione che segnalasse rapporti di parentela della donna con un dissidente politico kazako. Poi entrano in gioco i diplomatici kazaki che – secondo la relazione di Pansa letta da Alfano – convincono i funzionari della questura che, anziché i voli Roma-Mosca e poi Mosca-Astana, c’è un volo diretto da Ciampino con a bordo il console dell’ex repubblica sovietica. Quindi madre e figlia potranno essere rimpatriate con quello. E così è stato. “Non emergeva – si legge nella relazione della questura – che il volo fosse stato preso appositamente per il rimpatrio. In aeroporto, la donna e la sua bambina vengono consegnate sotto la scaletta del citato aereo al console kazako e all’altro diplomatico”.

Pagano i funzionari: Procaccini dà le dimissioni, Valeri cacciato
La conclusione è che a rimetterci, quindi, è innanzitutto il prefetto Giuseppe Procaccini le cui dimissioni sono state accettate da Alfano. Ma anche il capo della segreteria del dipartimento Alessandro Valeri. “Ho chiesto al capo della polizia – ha detto Alfano – una riorganizzazione complessiva del dipartimento della Ps, a cominciare dalla direzione centrale dell’immigrazione” ha spiegato il ministro degli Interni in Aula. Questo perché “resta grave la mancata informativa al governo sull’intera vicenda, che fin dall’inizio presentava caratteri non ordinari. Dobbiamo lavorare perché non accada mai più”.

Al Senato Alfano si ritrova accanto solo alcuni ministri: Beatrice Lorenzin Gaetano Quagliariello (Pdl), Giampiero D’Alia e Mario Mauro (Scelta Civica), ma anche i democratici Cécile Kyenge, Dario Franceschini, Massimo Bray. “Sono davvero convinta – dirà poi il ministro della Giustizia ed ex titolare del Viminale Annamaria Cancellieri, anche lei presente – che il ministro Alfano non sapesse nulla. E’ possibile che Alfano non abbia saputo, al ministro non vengono comunicate tutte le espulsioni. La mancanza è stata di non aver capito che non si trattava di una normale espulsione”. Assenti, invece, il presidente del Consiglio Enrico Letta e il ministro degli Esteri Emma Bonino. La stessa titolare della Farnesina nel frattempo ha intanto convocato l’ambasciatore del Kazakistan “per ricevere adeguati chiarimenti”. E lui, Andrian Yelemessov, all’AdnKronos risponde così: “Sono davvero stupito per questa vicenda. Apprendo ora la notizia della convocazione, sono in vacanza fuori Italia. Vedremo quando arriverà la richiesta… La mia posizione è sempre quella e non cambia: Mukhtar Ablyazov è un truffatore, chiedete come ha guadagnato i suoi miliardi”.

M5S: “Coperture politiche da B, sodale del leader del Kazakistan”
Le opposizioni ormai vedono la situazione chiara. Mario Michele Giarrusso (Movimento Cinque Stelle) si rivolge ad Alfano affermando che nel caso Ablyazov ci sono “coperture politiche che vengono dal capo del suo partito (Berlusconi, ndr) che è il sodale del leader del Kazakistan. Leader che non va a fare le vacanze nelle ville dei funzionari di polizia ma in quelle del suo sodale”. “Lei – ha continuato Giarrusso – deve fare un atto di responsabilità che dia uno slancio di dignità al Paese. Il suo ministero ha infangato il Paese. Mi chiedo in quale Paese pensa di vivere. In quale Paese civile una madre ed una bambina possono essere consegnati ad una dittatura. Ne tragga le sue conclusioni”. Di fatti imbarazzanti parla Claudio Fava (Sinistra ecologia e libertà): “Quello che è avvenuto a insaputa delministro Alfano ma non a insaputa del governo Kazako, nei confronti del quale c’è stata una cessione di sovranità imbarazzante”. Più duro Ignazio La Russa (Fratelli d’Italia): “In questo momento vedo la fotografia della fine di questo governo non è sostanzialmente presente nessuno che non sia del partito del ministro dell’Interno”. “Se andiamo avanti così – ironizza Gianluca Pini – a momenti la colpa era della bambina. Dalla relazione nessuno ha colpe, io non ci ho capito nulla se non che ci sia stato solo uno scaricabarile”. 

Renzi: “Ora in Parlamento riferisca Letta”
Ma ancora di più pesano i malumori all’interno del Pd. Su tutti quelli del sindaco di Firenze Matteo Renzi. “La vicenda riguarda il presidente del Consiglio dei ministri, che dovrà andare alla Camera, prendere posizione e decidere se le motivazioni di Alfano lo hanno convinto o no. Non partecipo al giochino delle dichiarazioni. Sia il presidente del Consiglio a giudicare le posizioni del suo vicepremier e del ministro degli Esteri”. Per Renzi “il fatto è che c’è un Paese civile che ha consegnato una mamma con una bambina di 6 anni a un Paese che con i diritti presenta, diciamo così, margini di incertezza. Qui la questione in gioco è la credibilità di un Paese come l’Italia sul tema dei diritti umani”. Il sindaco ha ricordato che “a Firenze abbiamo uno spazio nell’ex carcere delle Murate, riservato ai dissidenti politici. Questa città non può pensare che non ci sia un responsabile per questa vicenda”. 

Il Pd non applaude Alfano, ora teme la spaccatura sulla mozione di sfiducia
L’esempio plastico del gelo nella maggioranza è il silenzio del Pd alla fine del discorso di Alfano alla Camera. Nessuno applaude il ministro dai banchi democratici. Daniela Santanchè si arrabbia: “E’ questo il codice comportamentale delle larghe intese?”. Il renziano Ernesto Carbone le risponde: ” ”Qualcuno spieghi alla Santanchè la differenza fra fedeltà e lealtà”. Emanuele Fiano, alla Camera, si è detto “stupito dell’immediata udienza e della compiacenza da parte delle autorità italiane avute dei diplomatici kazaki. Noi non siamo un succursale di nessun paese, e non prendiamo ordini da nessuno”. Da qui l’obiettivo è quello di non arrivare al voto sulla mozione di sfiducia ad Angelino Alfano, già calendarizzata per venerdì al Senato. Il Pd sarebbe al lavoro per una exit strategy che eviti il rischio di una spaccatura tra i democratici e salvi il governo Letta dalla bufera Shalabayeva. E, a quanto si apprende, sarebbe in corso un lavorio perché, prima di venerdì, Alfano rimetta le sue deleghe. E il principale destinatario del pressing dei vertici democratici è Silvio Berlusconi. “Se davvero il Cavaliere non vuole la crisi di governo, se davvero almeno fino alla sentenza della Cassazione di fine luglio vuole che il governo stia in piedi agisca su Alfano perché rimetta le deleghe”, fanno sapere fonti parlamentari democratiche. Una richiesta che, ribattono fonti di governo del Pdl, non potrebbe essere accettata. A meno che non escano nuovi elementi sulla vicenda Shalabayeva che smentiscano la versione fornita oggi da Alfano. E questo, ovviamente, cambierebbe lo scenario. Tuttavia, dal Pd il pressing è forte. L’intervento di oggi del vicepremier a Camera e Senato non ha convinto i parlamentari democratici. Il clima è di fortissimo imbarazzo nel Pd. E il voto sulla mozione di sfiducia potrebbe spaccare i democratici. E se anche Alfano superasse la prova dell’aula, sottolineano fonti dem, il governo Letta ne uscirebbe gravemente indebolito.