Quattordicesimo appuntamento con la nuova rubrica del Fatto.it: Leonardo Coen, firma del giornalismo italiano, racconta il centesimo Tour de France tra cronaca, ricordi, retroscena e aneddoti.

Mentre il portoghese Rui Alberto Costa andava a vincere en solitaire la sedicesima tappa da Vaison-la-Romaine a Gap, storico punto d’arrivo (21 volte) e di partenza (idem) del Tour, dopo aver staccato i venticinque compagni di una lunga fuga, l’attenzione di tutti i suiveurs si è concentrata sulle scaramucce tra Alberto Contador e Christopher Froome, undici minuti più indietro, non senza qualche brividino: lungo la discesa dal Col de Manse che porta a Gap i due rivali sono caduti senza conseguenze (qualche sbucciatura alla mano e all’avambraccio destro per El Pistolero). Froome ha rimproverato Contador perché i suoi attacchi in discesa erano troppo rischiosi, e poi, se non era riuscito a staccarlo nella lunga salita, come pensava di poterlo fare in discesa? Un gioco davvero pericoloso. Per di più, su un terreno infido. Quella del Col de Manse è, diciamo così, una discesa recidiva, quanto a cadute celebri. Giusto dieci anni fa, Lance Armstrong filava a ventre a terra per inseguire Alexandre Vinokourov quando, dopo il villaggio di La Rochelle, alla fine di due curve brutte, Joseba Beloki ruzzolò come un birillo spaccandosi femore, polso e gomito destro e l’americano, per evitarlo, fece un gran numero acrobatico, tagliando per il prato. I filmati li trovate su YouTube.

Mica è finita qui. Arrivati alla periferia di Gap, Contador se l’è presa con la maglia bianca Nairo Quintana reo di non avergli dato una mano ad attaccare la maglia gialla. Che s’aspettava, El Pistolero? Che la Movistar, la squadra di Alejandro Vallerde, proprio quella che nove giorni prima aveva ‘salvato’ Froome rimasto senza gregari, si mettesse al suo servizio? L’alibi, poi, a Quintana gliel’aveva dato proprio Rui Costa, il luogotenente di Valverde. Con lui in fuga, la Movistar non poteva tirare…Piccoli e grandi dispetti, tra i due galli spagnoli, il giovane colombiano e chi lotta per salire sul podio, sperando magari in qualche futura squalifica…a tutto vantaggio di Froome che può così controllare agevolmente la corsa (con l’aiuto del fedele ma stremato Richie Porte).

Adesso il programma prevede una nuova tappa a cronometro di 32 chilometri tra Embrun e Chorges, con due salite e altrettante discese tecniche, soprattutto la prima, dove ci sono dei tornanti alla cieca, per cui bisognerà stare molto attenti: una prova impegnativa, incattivita da circa mille metri di dislivello. E’ chiaramente adatta agli scalatori, tanto che per tre quarti del percorso si può tranquillamente fare a meno della bicicletta da crono, però dopo sarebbe l’ideale. Chissà se qualcuno cambierà bici in gara?

Va da sé che Froome è il favorito anche di questa tappa. Tuttavia, ho visto un Contador ringalluzzito, per nulla rassegnato alla terza piazza. Vuole almeno il secondo posto finale. Il primo è impensabile. Solo Froome può battere Froome. Giovedì c’è la micidiale doppia scalata all’Alpe d’Huez: conteranno sia le gambe sia le alleanze e scopriremo se le tossine accumulate sul Ventoux hanno lasciato tracce. Il patron della corsa, Christian Prud’homme, in una lunga intervista che potete leggere sul sito di Le Monde, si è ribellato al pregiudizio che il Tour sia una sorta di refugium peccatorum, di riparo dei mascalzoni che si dopano. A pensar male si farà anche peccato, ma molto spesso ci si indovina… Lo stesso Prud’homme, ex giornalista, sostiene che non è illegittimo, dopo tutto quello che è successo negli ultimi anni, che la gente si ponga delle domande.

Bernard Hinault, che il Tour l’ha vinto cinque volte (come Merckx e Indurain), ha detto che “vogliono uccidere il Tour”. Prud’homme nota che negli ultimi quindici anni sono scoppiati degli scandali alla vigilia del Grand Départ, “non si può non notare una coincidenza dei tempi”. Certo, ammette, ci sono stati anni “d’errance et de triche”, di disorientamento e di imbrogli. L’intervista è lunga ed articolata, vale la pena leggerla. Chi ama questo sport non può amare le scorciatoie di chi utilizza la farmacia per migliorare le proprie prestazioni. Come nella vita, anche nel doping vince chi ha più soldi per acquistare i prodotti più sofisticati e non ancora monitorati dai controlli dell’Agenzia Mondiale Antidoping (ma questo il buon Prud’homme evita di dirlo…). Il ciclismo non è un mondo perfetto, commenta realisticamente Prud’homme: ha sbagliato prima degli altri, più degli altri. Qualcosa però è cambiato, sta cambiando, anche se non è l’ideale. Ci vuole tempo: “Ma il ciclismo fa le cose in modo differente dagli altri?”. Caro Prud’homme, non è un alibi dire che anche gli altri sport sono marci, e dunque mal comune mezzo gaudio (o mezza pena). Di sicuro, anche il mondo non è affatto perfetto. Anzi.

Lettura consigliata – Il magnifico Addio, bicicletta di Gianni Brera (Longanesi, 1964, ripreso poi da Rizzoli, 1980 e Baldini&Castoldi, 1997). Ho imparato ad amare il ciclismo grazie a mio padre, che mi portava a vedere le volate finali del Giro al Vigorelli di Milano. Ho imparato a conoscere il ciclismo perché stavo sempre a casa dei Brera (i figli Paolo, Franco e Carlo erano miei grandissimi amici) e Giùann, se ne aveva voglia, parlava di Coppi, e Binda, ed Eberardo Pavesi. Considero questo finto romanzo, in effetti il racconto autobiografico del grande campione Pavesi (vinse il Giro del 1912), come l’abc della letteratura sportiva. Penso all’inizio folgorante: “La bicicletta è nata come anti-cavallo. Per essa l’uomo divenne somiero di se stesso e si esaltò del proprio vigore. Bicicletta e uomo si fusero con gli anni fino a suscitare misteriosissime simbiosi dinamiche. Uomini difformi piccoli sgraziati ottennero con la bicicletta risultati sportivi strabilianti. I ‘giganti della strada’ nacquero dall’impulso turistico dei poveri e dal loro desiderio di rivincita sociale…”.

La corsa in bicicletta che Brera rievoca è uno sport durissimo, e ancor più esigente. Una lotta per la sopravvivenza, dove ogni colpo – sovente scorretto – è assestato pur di danneggiare gli avversari. Negli anni del ciclismo eroico, i corridori impegnano corpo e mente, talvolta sino alla distruzione completa. In un contesto di fatiche omeriche e di competizioni immani – tappe che duravano quasi un giorno, strade sterrate, sistemazioni logistiche precarie e avventurose – la diffusione della bicicletta nel primo Novecento coincide con le prime vittorie sindacali dei poveri e con l’evoluzione dell’Italietta post risorgimentale da Paese agricolo a industriale.