Era un rumeno, Mihai Istoc: quattro anni fa era scomparso, ed è stato ritrovato, mangiato dai cinghiali, in una discarica. Là era stato gettato dai suoi italianissimi datori di lavoro, dopo che era caduto da un ponteggio del loro cantiere, dove lavorava senza alcuna sicurezza, precario tra i precari. Ingaggiato a giornata, per una trentina di euro al giorno, in nero. La normalità nei cantieri, in tutta Italia. Una storia ordinaria, come nei viaggi dal nord al sud del nostro paese, da Torino a Rosarno, ho verificato più e più volte. E altre volte mi era accaduto di registrare storie di morti sul lavoro stranieri il cui corpo era sparito: conobbi anche un ragazzo marocchino che era stato gettato via, ma non era morto, ed era tornato tra viventi. In molti altri casi, però, è la sparizione definitiva. I migranti – clandestini e no – sono i servi su cui si reggono alcuni settori dell’economia italiana, in particolare quelli labour-intensive, ad altra intensità di lavoro, dove sono necessari fatica, sudore, muscoli, e dove mancano capitali, tecnologia, innovazione. Oltre ai cantieri, l’agricoltura: settori che vedono sia il numero più alto di migranti in nero che il numero più alto di morti sul lavoro. Sono i migranti, pagati con due lire, a fare i lavori Dirty & Dangerous. Per comprendere questo fenomeno, occorre capire un paio di cose, senza le quali è impossibile capire che cosa sono il lavoro e che cosa è l’immigrazione in Italia.

Anzitutto, l’Italia è il paese in Europa, che detiene il record, insieme alla Grecia, dell’incidenza dell’economia sommersa sul Pil. Ogni studio dà stime differenti, ma sono tutti concordi nel definire chi guida la classifica: secondo uno studio comparativo effettuato della società di consulenza AT Kerney, il sommerso in Italia conta il 22,2% del Pil, più che in ogni altro paese dei quindici di prima adesione all’Unione Europea.

Inoltre, la struttura del sistema economico italiano è in maniera abnorme frammentata, polverizzata. Catene infinite di esternalizzazioni, appalti, subappalti, gare al massimo ribasso – e conseguente necessità primaria di disporre di un serbatoio di lavoratori neri e nerissimi a cui attingere. Il sistema produttivo italiano è un sistema che aumenta profitti e rendite per le grandi aziende, ma che scarica i costi sui lavoratori autonomi delle microimprese (su cui viene scaricato il famigerato “rischio di impresa”), esposti alla perdita di garanzie e di sicurezze. E le microimprese in Italia hanno un peso abnorme rispetto ai paesi dell’Europa “avanzata”. Costituiscono infatti il 94% delle imprese italiane, e offrono lavoro a poco meno della metà di tutti gli occupati nel settore di mercato, per la precisione al 47,8%, una percentuale più che doppia rispetto ai dati francese e tedesco. E se i profitti restano alle parti alte della catena produttiva,  tutto va a scaricarsi su queste imprese, che – lavorando senza capitali e senza sussidi – in qualche modo devono far fronte agli utili risicati che gli restano. A sua volta questo richiede in maniera quasi necessaria l’utilizzo di lavoro nero, e nerissimo.

Ecco, allora, il punto. E’ la lotta contro il lavoro nero, il vero nemico. La clandestinità viene prodotta dalla nostra legge in maniera del tutto consapevole, perché deve adempiere alle necessità di un sistema produttivo che risucchia verso l’alto i profitti. E in basso c’è bisogno di servi. Gli immigrati diventano allora il classico mezzo per scaricare su un avversario apparente quella che invece è la responsabilità di altri soggetti: in questo caso, le grandi imprese e la smisurata mostruosità del lavoro nero, che nessuno vuole combattere in maniera efficace.