Attraversavo la via del Foro che costeggiava i giardini pubblici. Un randagio vomitava bava. Vidi Gabriella, l’eroinomane, sorretta da un vecchio, apriva e chiudeva le palpebre con lentezza, era strafatta. Aveva ancora i capelli, erano lucidi bruni con la frangia. La prima volta che andai al parco con la consapevolezza di addentrarmi in un erebo nauseabondo, non ebbi paura. E mentre Wojciech dava di stomaco perché era a rota, con delicatezza un amico voltò il mio viso chiudendomi gli occhi con il palmo indurito e sporco.

Un amico: occupava i vagoni morti della stazione. Gli dissi di non preoccuparsi, alzai le spalle, finsi noncuranza: ero impressionata, non avevo mai visto creature simili. Eppure mi abituai anche a loro, a quell’orrore. Wojciech faceva il becchino in Polonia. Poi c’era Jaruzelski, con le braccia in cancrena. Chiesi al mio amico che veniva da Lodz: perché? Mi ha sorriso. In seguito lo tradussi, era il sorriso che aveva il suono del singhiozzo.

E’ ancora Cechov. Giuro che ho incontrato prima Cechov e poi l’amico di Lodz. Mi iscrissi all’università, scelsi storia della letteratura slava. Se non è destino questo.  E conobbi Adam che dimorava in via Dione. Come Massoud, aveva sfondato un fondaco e aveva trascorso un paio di inverni al riparo da certi giorni di tramontana. Adam veniva da un piccolo centro rurale polacco ai confini con l’Ucraina. Così Adam è morto di tubercolosi, aveva una croce al collo, gli occhi sbarrati. Nei giorni in cui sedevo al tempio, nella via del tempio, attraversata dalla maga, dal poeta ebreo, dalle vecchie con le gambe rovinate dalle varici, Adam era ancora vivo.

Lo so, vi tedio ancora, ma è la verità, è la vita. Anche se vi parlo di dipartite, le noiose infinite separazioni, sono la vita stessa. Gli uomini una volta, gli uomini come Adam, erano uomini anche a trent’anni, avevano un’aria da viaggiatori e cantavano spesso una canzone del popolo, una qualche aria d’operetta. 

(continua)