In questi anni si è fatto abuso dell’affermazione: “Con la cultura si mangia”. E’ del tutto evidente che, tale slogan, non è stato mai recepito dai decisori al fine di destinare le necessarie somme – per i progetti meritevoli –  per lo sviluppo culturale ed economico del Paese.

L’economia della cultura, dunque, è una disciplina che stenta a farsi largo nelle scelte pubbliche. Questa miopia, relega l’Italia nelle ultime posizioni  con “briciole” di investimenti in cultura  rispetto, ad esempio, alla Grecia per limitarci ai “vicini di casa” travolti dalla crisi.

Forse è arrivato il momento di abbandonare del tutto questo infelice slogan per arrivare invece alla piena dignità della Cultura. Una piena dignità che si può ottenere soltanto con l’avvio di politiche pubbliche  capaci di togliere il velo dell’ignoranza da metodi e azioni, spesso volontarie, alle quali, purtroppo, siamo abituati. Per arrivare a questa piena dignità sono però necessari alcuni miglioramenti fondamentali, a cominciare dall’azione dei singoli, ciascuno per la propria parte.

La cultura è la trama in cui si ordisce la vita dell’uomo. E’ impensabile dividere la cultura dall’essere umano e dall’esperienza sociale. Con la cultura si vive perchè essa è vita che si crea mentre si compie, intreccio di oralità, di tradizioni, memoria, identità che si rinnovano conservando la loro radici.

La salvaguardia della cultura è un salvavita contro l’inciviltà, l’imbarbarimento e l’indifferenza sempre in agguato; il passaggio dal mito al logos è avvenuto attraverso la luce della ragione salvaguardando i segni di una civiltà sempre a rischio di un ritorno al “medioevo” dell’umanità.

Come si può essere indifferenti alla cultura che muore? E’ come osservare inermi una vita in pericolo: la nostra.

Oggi, cultura significa soprattutto coesione sociale. Nella notte buia dell’ignoranza deve essere riscoperta l’idea di comunità quale antitodo alla crisi. Ogni luogo, e il nostro Paese ne è ricco, deve avere diritto alla lucidità delle decisioni. L’esperienza ci indica la strada da seguire, partendo dall’abbandono delle semplici dichiarazioni, o di frasi ad effetto (o peggio contributi a pioggia per la gestione del consenso), per arrivare a programmi che possano dare reale sviluppo sociale.

Riportare l’uomo al centro dell’azione culturale è fondamentale. Un ritorno ad un ordine morale che ci fa pensare all’insegnamento socratico per cui il dovere di chi ha responsabilità non è solo quello di contribuire al miglioramento delle condizioni materiali dell’esistenza di una società, ma anche di rendere i cittadini migliori.

E’ la presa di coscienza di questo impegno morale verso noi stessi che deve farci uscire dalla “caverna” del tecnicismo e delle logiche di mercato, per cambiare baricentro e fondare una società basata sui valori,  che non si riduca al mero uso degli strumenti per sopravvivere. Ecco perché, ciascuno, a cominciare da chi ha responsabilità sociali, deve contribuire ad “essere cultura”  nel rispettare se stesso e il suo contesto. Ognuno di noi dovrebbe dire “io sono cultura perché  ho reso la società migliore”, anche con piccoli gesti e per il bene della propria comunità: dal rispetto del paesaggio, alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio artistico. Tenere chiuso un museo è la prova evidente del fallimento dell’azione dell’uomo, non solo per lo sviluppo di un vincente turismo culturale, ma anche e soprattutto per l’occasione di creare, di questi tempi,  posti di lavoro attraverso la forza della risorsa cultura attingendo a tutte le opportunità, in particolare europee.

Bisognerebbe rendere ogni cittadino migliore attraverso questo ordine morale che deve appartenere a tutti, per migliorare il contesto socio – economico del nostro Paese e per restituire dignità e orgoglio alla cultura che è anima della nostra storia.