John Maynard Keynes scrisse che “gli uomini politici credono erroneamente di essere esenti da influenze intellettuali, ma sono di solito schiavi di qualche economista defunto”. Questo vale in ogni tempo per i politici ma vale oggi anche per gli economisti, che in molti casi purtroppo credono di poter ignorare le teorie dei loro predecessori.

Adam Smith, il padre della scienza economica, ad esempio, è citatissimo – quasi sempre fuori posto – come l’alfiere del libero mercato. Infatti Smith da buon scozzese era prima di tutto un moralista, di sicuro non un amico dei violenti o dei prevaricatori. Pensava all’economia e al mercato come a un’istituzione etica, in grado di migliorare i comportamenti individuali. Era convinto che fuori dall’etica non ci fosse economia e per lui l’etica non era come a un post it da appiccicare su qualche bilancio falso e alla beneficenza come una camomilla per gli squali. Sapeva poi che non tutto si esaurisce con il mercato e che molti beni non possono essere soggetti alle leggi del mercato, guarda caso, riferendosi espressamente ai beni culturali alla giustizia e alla scuola. Era consapevole che il capitale è la cosa più importante per avviare un sistema di produzione industriale, ma era anche convinto che subito dopo in ordine di importanza logica – non etica – veniva il lavoro, anzi: lavoro e capitale sono due facce della stesa medaglia, non uno l’opposto dell’altra. E appunto e qui casca l’asino.

La più alta forma di mercato concorrenziale si esprime attraverso l’equità dei salari: questo dovrebbero ricordarsi più spesso i teorici del libero mercato. Se le retribuzioni non sono commisurate al lavoro, alle capacità, all’impegno, alla qualificazione professionale e solo a queste caratteristiche il mercato non esiste. Non è vero che i salari devono rispondere solo alla domanda e all’offerta. È invece vero che la domanda e l’offerta devono coincidere con delle dinamiche razionali di distribuzione del reddito. Il merito retributivo è alla base del sistema di mercato.

Possiamo benissimo sostenere che la sola domanda e offerta determinino i salari, ma questo non ha nulla a che vedere con il mercato. Perfino gli economisti sanno che contano le cause prime non gli effetti ultimi e quindi il mercato sta nelle condizioni che generano la domanda e l’offerta, non nel suo risultato. Come si dice «il Profeta si vede dai frutti, non dalla pianta». Le mega retribuzioni dei banchieri e dei grandi CEO non c’entrano con il mercato, ma sono il risultato deteriore di una situazione (distorta e storicamente singolare) di predominio corporativista.

Possiamo anche essere d’accordo che il mercato ha molti difetti. Però ancora prima di trovare dei correttivi, spesso necessari, dobbiamo sapere quello che stiamo facendo e ciò di cui stiamo parlando. Nella gran parte dei paesi sviluppati e in particolare in Italia nei fatti il mercato non esiste, se non appunto quando si tratta di gettare un po’ di fumo negli occhi e giustificare qualche misfatto ingiustificabile.

Un giorno ci soffermeremo sulle recenti politiche monetarie da parte delle banche centrali e vedremo di chiarire a chi servono realmente. Per il momento ci basti sapere che più di molte conoscenze «pratiche» in molti casi sarebbe utile disporre di qualcosa di più approfondito sull’economia del passato (anche recente). Se non la politica, certamente almeno la conoscenza elementare dei grandi economisti del passato, potrebbe aiutarci a smettere di fare (e contemplare acriticamente) stupidaggini di varia natura in nome non sappiamo bene di chi.