“Rieleggetimi o il ciclsimo sarà escluso dalle Olimpiadi“. Il ricatto, neanche troppo implicito, viene da Pat McQuaid, presidente dell’Union Cycliste Internationale (Uci) dal 2005, giunto ormai al termine del suo secondo mandato. Il prossimo settembre – in Italia, nel bel mezzo dei campionati del mondo di Firenze – i delegati del Congresso saranno chiamati a scegliere il nuovo capo del ciclismo mondiale. E la campagna elettorale si combatte senza esclusioni di colpi. Sempre più bassi.

McQuaid si è ufficialmente ricandidato lo scorso aprile, sostenuto (come prevede il regolamento) dalla federazione del suo Paese d’origine, l’Irlanda. Dovrà vedersela con Brian Cookson, presidente della Federazione ciclistica britannica, che ha dalla sua un curriculum immacolato, e soprattutto gli straordinari risultati raggiunti dal Regno Unito negli ultimi anni (19 ori olimpici e 28 paralimpici, un Tour de France e svariati campionati del mondo conquistati sotto la sua Presidenza). Mentre McQuaid è stato molto contestato negli ultimi anni, soprattutto in merito allo scandalo della squalifica di Lance Armstrong: è vero che l’irlandese è presidente solo dal 2005; e che le accuse di collusione dell’Uci (come la famosa donazione di 100mila dollari ricevuta da Armstrong nel 2002) sono precedenti alla sua ‘era’. Ma prima che l’Usada incriminasse Armstrong, McQuaid era stato uno dei più accesi difensori delle sue vittorie. “C’era una forte pressione perché si insabbiasse tutto. McQuaid è il volto corrotto del ciclismo, avrebbe già dovuto dimettersi”, aveva dichiarato negli scorsi mesi l’ex campione Greg Lemond, tre volte vincitore del Tour tra il 1986 e il 1990, anche lui possibile candidato alla presidenza Uci. La sfida, dunque, è quanto mai aperta.

Ieri, però, McQuaid ha pubblicato il suo ‘programma’ per il prossimo quadriennio, con cui conta di convincere i delegati a rieleggerlo. Ben venti pagine cariche di pathos e retorica, in cui si parla di “preservare la nuova cultura di pulizia”, “assicurare l’uguaglianza sviluppando il ciclismo femminile”, “modernizzare il ciclismo” e “promuoverlo in tutto il mondo”. Ma il punto fondamentale del suo manifesto è un altro: McQuaid fa parte del Comitato Olimpico Internazionale e vuole far valere il peso di quella poltrona nella corsa alla presidenza Uci. “E’ di vitale importanza che il presidente dell’Uci sia un membro del Cio. Negli ultimi anni ci sono stati diversi tentativi di eliminare il ciclismo dal programma olimpico”, scrive McQuaid.

Ed in effetti i tanti scandali, tutti relativi al doping, che hanno colpito il ciclismo non hanno certo giovato alla sua reputazione. Nel 2007 aveva fatto molto rumore l’intervista di un dirigente – rimasto anonimo – che aveva rivelato l’esistenza di una fronda anti-ciclismo interna al Cio . Il piano di farlo fuori già dai Giochi di Rio de Janeiro 2016 è fallito, a detta di Mc Quaid per merito suo. Ma la questione potrebbe riproporsi in futuro. E per il ciclismo uscire dal novero degli sport olimpici sarebbe un danno di proporzioni incalcolabili. A livello di immagine ed economico.

McQuaid potrebbe continuare a intercedere per il ciclismo, lo sport che ama e per cui lavora, anche non da presidente dell’Uci, si potrebbe obiettare. Ma evidentemente il dirigente dublinese non ama fare niente per niente. “Sarò chiaro nel dire che l’Uci perderà la mia voce e la mia influenza nel Cio, se non sarò rieletto”, scrive McQuaid. La domanda, a questo punto, non è tanto se la minaccia di McQuaid corrisponda o meno verità. Ma quanto possa fare presa sui delegati dei continenti marginali nel mondo delle due ruote (Africa, Asia e Oceania valgono da sole il 45% dei voti). Qui il ciclismo è appena in via di sviluppo. E perdesse lo status di sport olimpico rischierebbe seriamente di scomparire.