Domani Nariman Tamimi, un’attivista palestinese, sarà processata per “ingresso in una zona militare chiusa” dall’esercito israeliano. 

La “zona” è quella della sorgente di Al-Qaws, nei pressi dei villaggio di Nabi Saleh, in Cisgiordania. 

Dal 2009, l’insediamento di Halamish occupa le terre su cui si trova la sorgente. I coloni israeliani, protetti dall’esercito, vi hanno libero accesso, vietato invece agli abitanti di Nabi Saleh, compresi i proprietari dei terreni. 

In quattro anni, nelle proteste settimanali, sono stati uccisi due palestinesi e centinaia sono rimasti feriti. Per impedire o sciogliere le proteste, l’esercito israeliano ha impiegato proiettili letali, granate stordenti, spray al peperoncino e gas lacrimogeni a iosa. Ha fatto incursioni notturne nel villaggio, effettuato perquisizioni nelle abitazioni, eseguito arresti su arresti.

Il 28 giugno, nel corso della consueta protesta settimanale degli  abitanti, Nariman Tamimi è stata arrestata insieme a un’altra attivista, Rana Hamadi.

Le due donne hanno trascorso la notte in un’automobile, coi ceppi ai piedi, per poi essere spostate in un furgone, dove un prigioniero israeliano le ha insultate e minacciate di aggressione fisica.

Il 1° luglio sono state rilasciate su cauzione. Il 4, tuttavia, è stato emesso nei loro confronti un provvedimento di “arresti domiciliari parziali” veramente particolare: il divieto di lasciare la loro abitazione tra le 9 e le 17 del venerdì, ossia quando ha luogo la protesta settimanale degli abitanti di Nabi Saleh.

Nariman Tamimi ha già subito arresti e irruzioni nell’abitazione di famiglia. Suo marito Bassem è stato arrestato almeno due volte.

Suo fratello Rushdi è morto nel 2012, due giorni dopo essere stato colpito alle spalle dai proiettili dei soldati israeliani, nel corso di una manifestazione. Secondo le testimonianze degli abitanti di Nabi Saleh, l’esercito israeliano ritardò l’arrivo dei soccorsi.