Pensano al prezzo di un rimborso spese. Cosa fanno i trentacinque saggi scelti da Enrico Letta? La domanda dell’estate calda della politica italiana riguarda il gruppo di pensatori, voluti dal Presidente del consiglio e presto dimenticati dalle cronache politiche. Si riuniscono ogni lunedì e parlano di riforme e cambiamenti per il bene del Paese. In autunno la consegna del rapporto finale, nel frattempo nessuna informazione concreta, tanto che Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky hanno lanciato un appello dal titolo “Vogliamo sapere”, in nome della democrazia e della trasparenza.

“Io mi meraviglio”, ha commentato in un’intervista a Radio 24 il senatore Francesco D’Onofrio, uno dei trentacinque della Commissione per le riforme costituzionali, “della meraviglia delle persone che si chiedono che cosa facciamo. Noi pensiamo. Il pensiero è un’attività libera. Pensiamo! E’ legittimo pensare o no? E siccome non siamo retribuiti possiamo pensare gratuitamente o no? Noi non prendiamo lo stipendio, soltanto un rimborso del cazzo”. D’Onofrio, ex ministro e professore emerito di diritto pubblico all’Università La Sapienza, dice: “E’ importante che la gente sappia che ci sono persone che non sono pagate per pensare. Va ripetuto fino alla fine. Non prendiamo lo stipendio, soltanto un rimborso del cazzo!”.

Prerogative che però, spettano già al Parlamento, come rimarcato in trasmissione dal conduttore Alessandro Milan. “Il Parlamento”, ha ribattutto D’Onofrio, “non è in grado di fare questo perchè non è chiamato per pensare, è chiamato a decidere, vogliamo capire che c’è una differenza enorme o no? La Germania ha fatto i Laender nel corso dei secoli, non in 24 ore, è chiaro? Gli Stati uniti sono diventati un governo federale nel corso di 250 anni e non nel corso di 24 ore o 12 minuti, è chiaro? La Costituzione americana è stata fatta dopo una lunghissima convenzione costituzionale, fatta di pensiero”. Per progettare un cambiamento epocale ci vuole tempo, ribadisce D’Onofrio cercando di mettere a tacere ogni polemica. “Vogliamo stabilire che c’è il pensiero o no? O dà fastidio la gente che pensa? Noi siamo chiamati a dare un parere al governo su riforme costituzionali, riduzione dei parlamentari, se togliere una Camera, decidere cosa fare delle Province. Non è che ci riuniamo per perdere tempo o per parlare di cose che non interessano alle persone. Possiamo riordinare le funzioni dello Stato o no? Sono cose che si posso fare solo parlando”.

D’Onofrio saggio lo è da molto tempo. Era il 2003 e il senatore venne scelto come uno dei quattro esperti della Casa delle libertà. Riuniti a Lorenzago del Cadore per un tavolo sulle riforme, in quell’occasione l’obiettivo era stato quello di scrivere un testo che avrebbe dovuto essere la “sostituzione integrale della seconda parte della Costituzione dall’articolo 55 al 138”. Al suo fianco altri tre pensatori: Andrea Pastore di Forza Italia, Roberto Calderoli della Lega e Domenico Nania di Alleanza Nazionale. 

Questa volta però il senatore è nel gruppo dei 35 che presto dovrebbe presentare al Paese delle soluzioni concrete e quello che gli viene contestato è la trasparenza. Tanto che in campo sono scesi anche Zagrebesky e Rodotà: “I lavori della Commissione”, scrivono, “per le riforme costituzionali proseguono senza che l’opinione pubblica venga in alcun modo informata delle sue discussioni. E’ un metodo inammissibile. In materie come questa, che riguardano il destino della Repubblica, la pretesa dell’assoluta riservatezza confligge con l’esigenza democratica di un’apertura che renda possibile un’attenzione vigile e un contributo da parte di tutti i cittadini interessati”. 

I saggi dal canto loro parlano di estate, caldo e interminabili ore di confronto. “In queste riunioni”, ha detto al Corriere della Sera il costituzionalista Beniamino Caravita, “sta accadendo qualcosa di molto importante. Un qualcosa che a me sta dando una sensazione umana bellissima”. Non chiedete documenti o report, la parola giusta è “ascolto”. “Io ascolto Onida, Onida ascolta me, io e lui ascoltiamo il professor Mirabelli, tutti noi ascoltiamo la bravissima collega Carlassare. Ascoltiamo a vicenda e discutiamo. Anche per ore. E non c’è nulla di più bello. Pensi che ci siamo dati la regola di non scrivere, per ora, documenti. Ascoltiamo». Così Cesare Mirabelli, ex presidente della Consulta, che sempre al Corriere ha detto: “Diciamo che ascoltarci è piacevole, anche se spesso gli interventi sono molto lunghi. Di un argomento singolo ciascuno espone le proprie idee. Così abbiamo la possibilità di verificare eventuali punti di criticità. E quando uno si trova di fronte alla bellezza di un confronto così, io, per esempio, dico ‘evviva’“.