Questa è una storia che inizia parecchio tempo fa. Siamo nel 2007, ministro Fioroni, presidente della Regione Lombardia il monarca assoluto Roberto Formigoni.

L’hanno chiamata “dote per la libertà di scelta”, denunciando già dalla definizione la matrice ciellina di un’operazione che in quella Regione è entrata a gamba tesa a minare il principio dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale. Ovvero il principio costituzionale secondo cui, poiché da una parte essa deve mettere in analoghe condizioni tutti i cittadini del Paese, ovunque risiedano; e poiché i titoli di studio rilasciati sul territorio nazionale sono identici in termini di effetti giuridici, tutta la scuola italiana – da Lampedusa a Cuneo – deve ispirarsi ad un rigoroso principio di omogeneità.

A questo fatto si aggiunga poi che la nostra Costituzione prevede che la libertà di scelta da parte delle famiglie sia tutelata (anche nella loro preferenza per le scuole private); ma che ciò avvenga “senza oneri per lo Stato”, requisito che enti e privati debbono rispettare nel momento in cui istituiscono scuole alternative a quelle messe a disposizione obbligatoriamente dalla Repubblica Italiana. Che cosa è accaduto invece sotto il dominio di Formigoni? Che si è istituito un finanziamento indiretto, ma esclusivo, destinato alla scuola privata che assorbe gran parte delle risorse regionali destinate all’istruzione in quella regione. Una forma di sostegno apertamente incostituzionale, perché esclude formalmente tutte le famiglie che iscrivono i figli alla scuola pubblica statale, determinando così una disparità di trattamento tra cittadini del tutto inaccettabile.

Ieri l’Associazione “NonUnodiMeno” e l’Flc/Cgil hanno presentato le ragioni del ricorso al Tar da parte di due genitori i cui figli sono iscritti ad una scuola pubblica, assistiti dal noto costituzionalista Avv. Angiolini. Alla conferenza stampa hanno partecipato anche Giorgio Tassinari del Comitato Art.33 di Bologna e rappresentanti delle forze che hanno aderito alla petizione per la cancellazione della “Dote per la libertà di scelta”, dalla Fiom, all’Arci, a ReteScuole, al Cidi Nazionale, alla Consulta per la laicità delle Istituzioni, a Rifondazione Comunista. Sì, perché la questione del referendum Regione Lombardia rilancia un’iniziativa di militanza politica e vigilanza civile sul tema della laicità e delle pari opportunità per tutti i cittadini dello Stato.

Del resto la “dote per la libertà di scelta”non è stata l’unica violazione dei principi costituzionali che ha trovato risposta nella mobilitazione dell’opinione pubblica. La scuola lombarda è infatti stata oggetto della legge regionale 2 (3 aprile 2012), che affidava al dirigente scolastico la “chiamata diretta” degli insegnanti supplenti, da scegliere coerentemente con l’impostazione ideologica del singolo istituto. La Carta richiede per l’istruzione nazionale criteri generali di reclutamento, a tutela delle differenze e delle diversità e la garanzia delle graduatorie, della valutazione uguale per tutti di titoli e servizi con valore predeterminato; la Regione Lombardia, invece, perseguiva l’omologazione al pensiero unico o dominante e la discrezionalità dei suoi portatori attivi. A fronte delle immediate proteste, la Presidenza del Consiglio ha intentato ricorso presso la Corte costituzionale, che lo ha accolto, confermando allo Stato la gestione del reclutamento dei docenti, dichiarando incostituzionali comportamenti contrari a questo principio e diffidando l’allora ministro Profumo dallo stipulare qualsiasi intesa attuativa di quella norma con la Regione Lombardia.

Torniamo al buono-scuola: la Lombardia oggi gli riserva l’80% dei 51 milioni che la Regione eroga, elargendo alle scuole private un finanziamento pubblico indiretto. Denaro – pubblico – sottratto a funzioni imprescindibili, come l’integrazione degli alunni migranti, il sostegno del diritto allo studio, il contrasto alla dispersione scolastica, l’inclusione dei disabili. E drenato da chi – presumibilmente già dotato nella maggioranza dei casi di potere d’acquisto – ritiene inadeguata per i propri figli la scuola di tutti e per tutti, la scuola di ogni grado che la Repubblica è tenuta a istituire. Da chi preferisce l’educazione confessionale. Da chi ritiene selezione ed omologazione sociale una forma di tutela irrinunciabile. Da chi, insomma, non crede che la propria scuola debba essere “aperta a tutti”.

Da Bologna (dove si è celebrato alla fine di maggio il referendum, che ha stabilito la volontà dei cittadini di quella città di riservare i fondi comunali esclusivamente alle scuole pubbliche) la palla passa ora a Milano nella rivendicazione del principio di uguaglianza e della necessità che la scuola – quando privata – sia davvero “senza oneri per lo Stato”. Una continuità che invita il Paese ad una vigilanza intransigente sui principi costituzionali che riguardano il sistema di istruzione, troppo spesso elusi da gestioni ammiccanti a derive privatistiche. Un esito positivo del ricorso rafforzerebbe la battaglia contro la logica privatistica, arrembante ed arbitraria che vorrebbe cancellare – assieme a quei principi – la scuola come viatico di cultura e cittadinanza, diritti riservati allo stesso modo a tutti i cittadini italiani e garantiti dalla scuola della Repubblica.