Credo sia davvero giunto il momento di pretendere un Ministro della Funzione Pubblica che abbia il coraggio di ripensare completamente i meccanismi di funzionamento del settore pubblico, in particolare per quanto concerne le risorse umane. Se ne parla poco, ma è evidente che uno dei problemi che affliggono il nostro paese è una qualità del lavoro nel comparto statale che sovente non è adeguata rispetto all’importanza, vitale, che la gestione della cosa pubblica riveste per il buon funzionamento di un Paese.

Siamo sinceri: fino a pochi anni fa i figli della classe media, soprattutto nelle regioni economicamente trainanti del nostro Paese, non consideravano certo la carriera pubblica come un’opzione professionale attrattiva. Chi aveva qualità e soldi per proseguire gli studi puntava a fare il medico, il commercialista, l’avvocato, il dirigente d’azienda etc.. Nell’immaginario collettivo, il posto pubblico era destinato a coloro che non erano brillanti abbastanza per ambire ad altri posti, oppure alle persone provenienti dalle regioni con minori opportunità occupazionali nel privato. Insomma, era considerata un’opzione di ripiego.

In fondo a quasi tutti andava bene così: come succede in molti paesi ancora oggi, il datore di lavoro pubblico garantiva una certa pacificazione sociale, garantendo posti di lavoro a persone con difficile inserimento nel mondo del lavoro e richiedendo una prestazione lavorativa non sempre oggetto di verifiche di qualità. Oggi le cose siano cambiate: come cittadini sentiamo molto più pressante l’esigenza di avere un settore pubblico che funzioni ed abbiamo sviluppato un maggiore senso di controllo verso la performance di Stato, enti locali etc.. Fa parte del nuovo concetto di democrazia partecipata che, seppur non compiutamente realizzata, ha comunque prodotto una coscienza forte verso tale argomento.

Inoltre, avendo finalmente capito quanto possa essere interessante e gratificante partecipare alla gestione delle istituzioni pubbliche secondo parametri di efficienza, efficacia e sostenibilità, oggi la carriera pubblica per molto giovani, anche di elevate competenze professionali, potrebbe rappresentare un’opzione concreta ed attraente per sviluppare un percorso lavorativo, contribuendo nel contempo al miglioramento della gestione statale. Penso, ad esempio, ai tanti colleghi che ho incontrato negli organismi internazionali, molti dei quali hanno sempre sostenuto che avrebbero lavorato volentieri per il governo del loro Paese – magari al Ministero degli Esteri – se solo vi fossero state opportunità reali e di un certo rilievo, basate sul merito.

Per fare ciò, occorrono tre elementi fondamentali: 1) elevare i livelli retributivi (non parlo ovviamente delle alte cariche, ma dei funzionari pubblici) per poter competere con il settore privato; 2) allentare al contempo le tutele della garanzia a vita del posto di lavoro, asse su cui si è fondata la scelta, da parte dei più, di percorrere questa strada, spesso a discapito di qualità del lavoro, motivazione, capacità di innovare etc..; 3) cancellare l’istituto del concorso pubblico a favore di una selezione – anche data in outsourcing ad agenzia di reclutamento specializzate – basata non tanto sui titoli quanto su competenze, storia professionale, valutazione del potenziale etc..

E’ assurdo pensare alla distanza siderale esistente tra i sistemi di selezione ed impostazione di percorsi di carriera nel settore privato e quanto ancora oggi è in vigore nel sistema pubblico. Vi sono almeno 30 anni di differenza a livello di raffinatezza dei sistemi utilizzati, se si vogliono attrarre talenti nel pubblico, occorre riformulare politiche salariali e di selezione, rendendo al contempo chiaro che la garanzia a vita del posto di lavoro non è data a prescindere. Fino a quando non si avrà il coraggio di investire su questo settore, noi cittadini passeremo sempre il tempo a lamentarci del funzionario del Comune che ci sbadiglia in faccia o del capo-ufficio al Ministero che legge il giornale in ufficio. Stereotipi, certo, figli di una cultura dove l’unica forma di attrazione delle risorse umane verso il pubblico è sempre stata la garanzia del posto fino alla pensione. Tranquillo e senza troppe pressioni. Che è, ovviamente, la tomba di qualunque forma di spinta al cambiamento e valorizzazione delle competenze.