La Corte Suprema degli Stati Uniti, a maggioranza di 5 contro 4, ha dichiarato incostituzionale la legge approvata dal Congresso nel 1996 in difesa del matrimonio tradizionale, il famigerato Defence of Marriage Act (DOMA).

Il DOMA fu la reazione sconsiderata e rapace del Congresso a un’ordinanza della Corte Suprema dello Stato delle Hawaii che, nel 1996, aveva dichiarato incostituzionale la norma interna che riservava il matrimonio alle unioni tra uomo e donna. Il timore, dichiarato espressamente dal Congresso, era che dopo le Hawaii anche gli altri Stati avrebbero dovuto riconoscere il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Così il Congresso corse ai ripari, affermando da una parte che i matrimoni di questo tipo potevano non essere riconosciuti dai singoli Stati e che, dall’altra, il diritto federale non riconosceva in nessun caso le unioni same-sex.

La sentenza di oggi affronta questo secondo aspetto.

Il DOMA era incostituzionale sin dalla sua approvazione perché, prendendo a bersaglio una specifica classe di cittadini (gay e lesbiche), stabiliva nei suoi confronti un regime pregiudizievole, diverso da quello applicabile alle coppie eterosessuali, e in quanto tale in chiara, palese e violenta contraddizione con il principio di uguaglianza (Equal Protection Clause).

La difesa del matrimonio tradizionale, quindi, assumeva sin dai suoi primordi la forma di un messaggio a tutti gli Stati Uniti d’America: il governo federale non riconosce che gay e lesbiche possono costituire, con persone del loro stesso sesso, unioni solide, durature e fatte di reciproca comunione materiale e spirituale al pari delle unioni eterosessuali. Ora tale convinzione è stata finalmente dichiarata contraria alla Costituzione federale.

Come ha infatti detto il Presidente Obama al discorso d’inaugurazione del mandato a gennaio di quest’anno, “se tutte le persone sono state create uguali in dignità e diritti, allora l’amore che esse reciprocamente si dichiarano dev’essere anch’esso uguale“. Niente di più vero.

In attesa di ulteriori commenti e approfondimenti, che sarà possibile leggere solo dopo apposite riflessioni, si può sin d’ora precisare le due argomentazioni usate dalla Corte Suprema per dichiarare incostituzionale il DOMA:

  1. Il DOMA è incostituzionale perché, al pari del diritto di famiglia, il matrimonio è dominio riservato dei singoli Stati. In questo senso, decidendo quale matrimonio ammettere e quale non, il Congresso ha violato questo principio, intromettendosi nelle scelte degli Stati.
  2. Il DOMA è incostituzionale perché priva un’intera classe di cittadini dei vantaggi concreti (che a un’analisi di dettaglio superano il migliaio) conferiti dalle leggi federali.

Insomma, secondo la Corte Suprema “la storia dell’approvazione del DOMA e il suo testo dimonstrano che la volontà di interferire con l’eguale dignità dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, conferita dagli Stati nell’esercizio del loro potere sovrano, costituisce più che un effetto accidentale della legge federale. Ne rappresenta la sostanza“.

Se poi si guarda al caso sul quale la Corte si è pronunciata, ci si rende conto di come questa sentenza epocale rappresenti null’altro che un’applicazione, alla vita concreta delle persone, di legittime istanze di libertà, giustizia e uguaglianza. Si trattava di una coppia di donne sposate in Canada e residenti nello Stato di New York. Questo Stato riconosce i matrimoni same-sex dal 2011 e dal 2008 riconosce i matrimoni same-sex stranieri. Alla morte della moglie, la sposa (sua erede) si era vista addebitare oltre 300.000 dollari di imposte di successione federali, come se fosse un’estranea.

Perchè, si è domandata la donna, dovrei pagare queste tasse se il mio era un reale matrimonio? La Corte ha risposto che “il fine principale [del DOMA] è diminuire il valore delle persone che si trovano in un matrimonio perfettamente legale“. Di qui, la pronuncia di incostituzionalità.

Oggi è stata posta fine a un’ingiustizia e a una legge dettata dalla paura, dall’ignoranza e dal pregiudizio. Da oggi anche l’America riconosce espressamente che l’amore gay è anch’esso pieno amore.