Quella che “Gasdogan” ha definito “l’epopea eroica della polizia turca”, non è altro che una sequela di brutalità, arresti e intimidazioni che dura da un mese. Se ci fosse stata bisogno di un’ulteriore prova della violenza sproporzionata e gratuita esercitata da centinaia di agenti in assetto antisommossa contro cittadini pacifici, rei di aver utilizzato uno spazio fisico e simbolico – il parco di Gezi e l’attigua piazza Taksim dove c’è la statua dedicata al padre della Turchia laica e moderna, Mustafà Kemal Ataturk – per esprimere il loro dissenso nei confronti della politica autoritaria islamico-affaristica del primo ministro Tayyip Erdogan, questa è arrivata.
 
Le immagini del video consegnato al sito del quotidiano Hurryet da un’associazione di avvocati turchi, sono inequivocabili: tre ragazzi, probabilmente fuggiti dall’assalto della polizia di sabato 15 giugno nell’area di Gezi, entrano in un garage sotterraneo e si seggono per terra, contro il muro. Dopo qualche minuto arrivano una decina di poliziotti in divisa. Inizialmente non si accorgono dei ragazzi, ma uno a un certo punto li nota con la coda dell’occhio. Da quel momento per i ragazzi non c’è stato scampo. Calci, insulti, manganellate su tutto il corpo per interminabili minuti . “L’eroica” polizia di Istanbul ha dimostrato di non amare le perdite di tempo. Del resto perché mai chiedere i documenti, le generalità a tre ragazzi seduti per terra, armati di una sigaretta ciascuno? I poliziotti si sono lanciati sui “terroristi” senza perdersi in pratiche inutili. In una dittatura però, non di certo in una democrazia. Dato che in una democrazia la polizia dovrebbe essere al servizio del cittadino.
 

Ma la Turchia non è più da tempo una democrazia. Da quando 11 anni fa “Gasdogan” – così è stato soprannominato per aver dato fin dall’inizio delle proteste, un mese fa, l’ordine di sparare ad altezza uomo decine e decine di gas lacrimogeni e getti d’acqua potentissimi miscelati con una sostanza chimica altamente urticante – è stato eletto primo ministro, grazie anche all’imprimatur dell’allora presidente degli Stati Uniti George W.Bush, la Turchia ha cambiato volto. Mentre Erdogan rifaceva i connotati all’assetto urbanistico di Istanbul (la città più importante e popolata della Turchia) distruggendo aree verdi ed edifici storici per far posto a decine e decine di centri commerciali, il suo inner circle, assieme ai dirigenti del partito islamico “moderato” Akp di cui il premier è leader indiscusso, procedeva allo smantellamento del principio di laicità su cui si basa la Turchia post Ataturk.

Il lavorio ai fianchi della repubblica kemalista è stato inizialmente lento ma a partire dal 2011, quando Erdogan è stato rieletto per la terza volta, è diventato martellante. Fino a diventare insopportabile, soprattutto per i giovani. Ma non sono solo loro a non aver digerito l’abolizione dell’aborto tre mesi fa, il suggerimento di non baciarsi in pubblico, la riforma della scuola pubblica a favore delle scuole religiose islamiche, il divieto di vendere alcolici dalle 10 di sera al mattino, la costruzione del terzo ponte sul Bosforo che comporta la contaminazione delle fonti idriche che si trovano proprio in quell’area. Anche i genitori e i nonni sono andati a protestare contro la distruzione degli alberi di Gezi. Ma secondo Erdogan si tratta di “terroristi” e dunque non bisogna andare per il sottile, anche se offrono garofani rossi ai poliziotti come è successo qualche giorno fa.

Ieri i ministri degli Esteri dell’Ue hanno discusso la ripresa dei negoziati per l’ingresso della Turchia in Europa. La decisione è stata quella di dare un’altra chance a Erdogan, ricordandogli che dovrebbe aderire ai principi democratici dell’Unione e della Nato, di cui è membro. Ma il sultano se ne frega.

Il Fatto Quotidiano, 25 Giugno 2013

PS. Il tribunale di Ankara ha rilasciato l’agente che era stato immortalato in un video mentre sparava contro un gruppo di manifestanti, uccidendone uno. La motivazione dei giudici è questa: il poliziotto ha esercita il diritto all’autodifesa. Nel video i manifestanti sono a mani nude, senza armi né altro oggetto potenzialmente letale. Ma ormai in Turchia, la libertà di espressione è percepita dal governo e dalle forze dell’ordine come l’ordigno fine di mondo.