Seconda, grande, batosta per Andrea Bonomi, presidente del consiglio di gestione della Banca popolare di Milano. Il “suo” candidato Giovanni Maria Flick, ex ministro della Giustizia, è stato battuto da Giuseppe Coppini alla guida del consiglio di sorveglianza dell’istituto, grazie all’appoggio dei soci-dipendenti e dei sindacati interni. E’ un duro colpo per il vertice della banca, dopo la violenta spaccatura nell’assemblea di aprile, quando era stata bocciata la proposta di Bonomi sul voto a distanza. Ad appesantire ancora di più il clima durante l’assemblea sono state le numerose assenze: l’amministratore delegato Piero Montani, malato, cosí come lo stesso Flick e il consigliere francese Jean Jacques Tamburini.

Il primo azionista della banca ha poi sollevato per la prima volta perplessità sul progetto di trasformare la banca popolare in società per azioni, su cui puntava per aumentare il controllo del gruppo riducendo il potere dei dipendenti-azionisti e far crescere il valore della sua partecipazione. “Forse era la via sbagliata per andare avanti”, ha ammesso, spiegando che “abbiamo archiviato l’idea della società per azioni e certamente sono stati fatti errori: non è stata ben spiegata, non è stata apprezzata”.

Il dibattito sulle banche popolari resta, d’altronde, molto attuale. Il modello delle popolari, secondo l’economista Alessandro Penati, va bene “se la banca è piccola e decide di non crescere, operando effettivamente sul territorio. Senza fare disastri, per esempio finanziando speculatori locali. Mentre le banche grandi come Bpm perdono il contatto con il territorio“. Il voto capitario, aggiunge Penati, “è quindi un ostacolo al mercato dei capitali perché nessuno vuole investire in una banca senza poi potere dire la propria in assemblea: un gravissimo impedimento che non si può più permettere”. Ed è proprio il voto capitario, secondo l’economista, che nel caso della Bpm “ha rafforzato poteri e privilegi dei sindacati interni”. Un modello, quello delle popolari, difeso da una “lobby che fa pressioni sulla politica per portare avanti i propri interessi”.

La trasformazione in Spa e la nomina del presidente del consiglio di sorveglianza non sono stati però gli unici argomenti dell’ultima assemblea Bpm. E’ stato infatti approvato l’aumento di capitale da 500 milioni che dovrebbe servire soprattutto al prossimo rimborso dei Tremonti bond. Ma anche su questo punto le perplessità non mancano. La Consob ha infatti inviato una lettera al consiglio di gestione di Palazzo Meda sollevando dubbi su come avverrà il rimborso del prestito e su quali effetti avrà sulla situazione di liquidità della banca, ma anche su “altri aspetti gestionali” dell’istituto.

“Abbiamo la liquidità necessaria al rimborso” entro il 30 giugno dei Tremonti bond, ha assicurato il vicedirettore generale dell’istituto, Roberto Frigerioi, in risposta alle richieste dell’Authority. L’aumento di capitale, ampiamente annunciato e la cui approvazione era scontata da parte dei soci, non inizierà prima di settembre. E’ stata inoltre approvata senza batter ciglio la fusione tra la Bpm medesima e la Banca di Legnano.

Bonomi, durante l’appuntamento con i soci, ha promesso che “prima di agosto speriamo di dire cosa faremo” per la revisione della governance. Il primo azionista della banca sta pensando a una revisione più soft dello statuto. Una ipotesi sul tavolo che potrebbe proporre è  una drastica riduzione del numero dei consiglieri di sorveglianza, da 19 a massimo 13, mentre il consiglio di gestione dovrebbe passare da cinque a sette membri. Modifiche che dovrebbero essere approvate da un’assemblea straordinaria, da tenersi entro metà settembre. L’evoluzione della governance dipenderà anche dalla relazione conclusiva dell’ispezione condotta dalla Banca d’Italia, che sarà consegnata a metà luglio. Il primo obiettivo di Bonomi, per ora, è però il rinnovo della carica di presidente del consiglio di gestione, che scadrà ad aprile 2014.