Perse le tracce di Edward Snowden. È stato visto l’ultima volta ad Hong Kong e ora è in fuga per evitare lo stesso destino di Bradley Manning. Forse in cerca di asilo in Islanda o in Russia. È il ricercato numero uno perché si è messo contro la più grande agenzia di spionaggio del mondo, l’NSA (US National Security Agency), rivelando l’esistenza di un vasto programma di spionaggio – denominato PRISM- progettato per raccogliere informazioni sulle comunicazioni digitali permettendo così di sorvegliare online in tempo reale i cittadini. Un sistema che consente di vedere le nostre email o i nostri sms. Password, tabulati telefonici, e carte di credito. Sembrerebbe che per far questo l’NSA abbia sfruttato direttamente i server di nove aziende internet tra cui Facebook, Google, Microsoft, Yahoo, Skype per monitorare la comunicazione online.

L’ex-assistente di sicurezza informatica nella Cia ha agito per il desiderio di “proteggere le libertà di base e far sapere a tutti come il governo americano si intromette nella vita privata di tutti noi”. Snowden vuole difenderci dalla macchina di sorveglianza che rischia di mettere in pericolo la nostra privacy. Dobbiamo allora per questo considerarlo un eroe oppure un traditore del governo americano?

C’è chi condanna il suo gesto come atto criminale e chi di contro ritiene che il vero criminale sia il governo statunitense che ha messo in moto questa macchina di spionaggio. Per Obama questo sistema di controllo sui cittadini fa parte della “sua battaglia contro il terrorismo, e i cittadini americani dovrebbero essere disposti a scambiare alcune delle loro libertà per una maggiore sicurezza”. Siamo sicuri però che i cittadini desiderino fare questo scambio? Secondo un sondaggio del Pew Research Center e del The Washington Post, attualmente il 62% degli americani ritiene che sia più importante indagare sulle possibili minacce terroristiche. Anche se questo significa compromettere la privacy. Contro il 34% che è contrario a questo sistema.

È vero che Snowden, in quanto dipendente del NSA aveva l’autorizzazione ad accedere a documenti secretati che lo vincolava al rispetto assoluto del segreto. Non mantenuto. Altrettanto vero che in una democrazia non dovrebbe esserci spazio per questo tipo di segreti. Credo poi che non sia una novità per nessuno che l’intelligence ci tenga tutti sotto controllo. E nemmeno che la navigazione su Google o Facebook siano i posti migliori per mantenere la privacy. Già Assange ci aveva messo in guardia sostenendo che Facebook “è una grossa macchina di spionaggio che lavora per le agenzie di intelligence”. Eppure il Datagate – così chiamato questo scandalo – ha creato scalpore in tutto il mondo. Forse perché se prima si sospettava soltanto l’esistenza di questa grande macchina di sorveglianza, ora l’eroe Snowden ha avuto il coraggio di dimostrarla e smascherare il governo americano.

Ormai non siamo quindi più soggetti che vagano per il mondo in forma anonima. Lasciamo tracce ovunque. L’ultima delle notizie ci informa che vengono catalogati anche i nostri Dna. Non solo quelli di presunti assassini ma anche quelli di cittadini innocenti. D’altronde sono già tanti anni che, per entrare negli Stati Uniti, ci fanno “spogliare” di tutto. Fotografando iride e impronte digitali che finiscono in qualche banca dati. Inizieremo allora a indossare tutti dei guanti per non lasciare tracce di noi stessi?

Ciò che era stato prefigurato da Orwell si sta ampiamente realizzando. Una conseguenza degli eventi del 9/11. In che modo allora possiamo tutelare la nostra privacy e allo stesso tempo essere più sicuri di scovare dei presunti terroristi? I due scopi sono in contrasto tra loro. Tutto sta a decidere se vogliamo far prevalere la nostra libertà o la nostra sicurezza.

Nel frattempo, dopo Bradley Manning ed Edward Snowden, altri whistleblower continueranno a parlare.

@LudovicaAmici