Per eleggerlo alla guida della procura antimafia più importante d’Italia furono decisivi i voti di Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe. Era l’estate del 2006 e dopo mesi di veleni e polemiche, Francesco Messineo divenne procuratore capo di Palermo, succedendo a Pietro Grasso. Dopo aver bruciato una serie di nomi, la sua corrente, quella dei centristi di Unicost, decise di spingerlo fino al secondo piano del palazzo di giustizia di Palermo. I voti dei centristi però non bastavano. E Magistratura democratica, dopo aver accantonato il nome di Guido Lo Forte, decise di puntare sull’allora sessantenne ex procuratore di Caltanissetta. “Abbiamo voluto puntare su un candidato che avesse la qualità essenziale di essere un punto di riferimento per l’unità dell’ufficio, che fosse in grado di operare per la sua unità” spiegò l’allora consigliere di Md Giovanni Salvi, oggi procuratore capo di Catania.

Ma a quasi sette anni da quella nomina, l’unità della procura dei veleni non sarebbe stata garantita. Di più: il ruolo di Messineo sarebbe invece stato influenzato da quello di Antonio Ingroia, già aggiunto a Palermo ed oggi sostituto ad Aosta, attualmente sottoposto ad un’azione disciplinare da parte della Cassazione.

Questa almeno la tesi del Csm che stamattina ha aperto una pratica per trasferire d’ufficio Messineo, al quale viene contestata una gestione “debole” della procura. A Messineo viene rinfacciata da palazzo dei Marescialli un’eccessiva vicinanza ad Ingroia, che a ottobre ha lasciato il capoluogo siciliano prima per volare in Guatemala e poi per candidarsi alle elezioni politiche. Ai tempi dell’elezione di Messineo, Ingroia era uno dei leader di Md. Logico dunque che i rapporti tra i due siano partiti nel migliore dei modi. Del resto a Palermo, nel palazzo dei veleni, non è una novità che un procuratore capo instauri un rapporto fiduciario con un aggiunto. Era successo durante la gestione di Giancarlo Caselli, quando gli aggiunti Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato rappresentavano le punte di diamante della procura del post stragi.

E quando Grasso arrivò a dirigere l’ufficio palermitano, il fidato Giuseppe Pignatone divenne il braccio destro dell’attuale presidente del Senato, facendo storcere il naso ad un nutrito gruppo di pm, catalogati come “caselliani”, ovvero fedeli a Giancarlo Caselli. Tra loro anche lo stesso Ingroia, che sotto la gestione Messineo ha poi potuto portare avanti inchieste delicate come quella sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e le Istituzioni. Durante tutta l’inchiesta le posizioni dell’allora aggiunto e del procuratore capo sono quasi sempre andate nella stessa direzione, tranne quando nel maggio scorso Messineo non appose il visto all’avviso di conclusione delle indagini per i dodici indagati dell’inchiesta. Una decisione che fece discutere, dato che in quell’occasione nemmeno il sostituto Paolo Guido volle firmare l’atto di conclusione delle indagini. Messineo però ha continuato ad appoggiare l’inchiesta nelle dichiarazioni pubbliche, e lo scorso 27 maggio ha indossato la toga, accompagnando i suoi sostituti alla prima udienza del processo sulla Trattativa nell’aula bunker del carcere Pagliarelli.

La Trattativa è stata un vera e propria spada di Damocle per il magistrato palermitano, che nel settembre scorso venne criticato da alcuni suoi sostituti per i metodi con cui aveva applicato all’inchiesta il giovane pm Roberto Tartaglia. Nell’agosto scorso Messineo era anche finito al centro di un provvedimento disciplinare del Csm, insieme al sostituto Nino Di Matteo, accusato di aver confermato l’esistenza delle intercettazioni tra Napolitano e Mancino in un’intervista a Repubblica, confermando di fatto una notizia già diffusa dal settimanale Panorama. E dopo che quel provvedimento gli ha di fatto bruciato la possibilità di andare a dirigere la procura generale di Palermo, adesso da Palazzo dei Marescialli arriva l’atto istruttorio per trasferirlo: una disposizione con pochissimi precedenti che è soltanto l’ultima tegola che cade sulla testa del magistrato palermitano.

Per mesi hanno fatto discutere le inchieste a carico di suo cognato Sergio Sacco, accusato di intestazione fittizia di beni. E appena pochi giorni fa per Messineo era stata chiesta dalla procura di Caltanissetta l’archiviazione nell’indagine che lo vede accusato di violazione di segreto istruttorio. Il magistrato era stato “beccato” a parlare al telefono con Francesco Maiolini, ex dirigente di un istituto bancario, al centro di un’indagine degli inquirenti palermitani. Gli atti a carico del procuratore capo furono raccolti dagli stessi pm dal suo ufficio, e spediti per competenza a Caltanissetta, affinché si aprisse un’indagine, su iniziativa di Ingroia. Proprio il magistrato che secondo il Csm avrebbe influenzato Messineo.

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