In un mondo in cui la comunità scientifica sta mettendo in discussione la valutazione tramite test, gli studenti della scuola italiana li fanno in II e V elementare, in I e III media, in II e V (dal prossimo anno, pare, obbligatoriamente) superiore, al I e al III anno di università. Consumatori acritici e piccole catene di montaggio, in una visione egemonizzata dall’uso ideologico dei test, da cui sembrano essere programmaticamente esclusi i tempi distesi dell’apprendimento e della riflessione. Risolutori di quiz, così li vogliamo. Dove sono andati a finire l’alto valore del pluralismo delle competenze e delle capacità e i saperi analitico-critici? Da noi tutto arriva in ritardo. Questa volta la nostra attitudine ai tempi lunghi avrebbe potuto rivelarsi un elemento positivo. Invece no. La test-mania incombe, straripa, moltiplica i propri obiettivi, avanza, dilaga, qualificandoci per l’ennesima volta quale la retroguardia culturale che siamo.

C’è di più. Il solo apparentemente sobrio Profumo (uno dei letali ministri degli ultimi anni) ebbe qualche tempo fa una “geniale”, demagogica idea: anticipare i test di ammissione all’università. Il relativo decreto, emanato il 24 aprile scorso, sarà annullato però da un imminente provvedimento, destinato a cancellare l’ipotesi che gli studenti debbano sostenere a luglio (cioè in pieno o immediatamente post esame di Stato) il test di ammissione alle facoltà universitarie, spostato a settembre.

Nei “lungimiranti” progetti dell’ex ministro ci sarebbe stato persino un anticipo dei test in primavera, come hanno già fatto Luiss, Cattolica e Bocconi. Il provvedimento avrebbe dovuto sanare alcuni presunti gap a carico dei nostri studenti rispetto ai colleghi europei: garanzia di un inizio più regolare dell’anno accademico; migliore organizzazione logistica per chi si debba trasferire; maggior numero di scelte alternative per coloro che non avranno passato le selezioni. Silenzio sul fatto che l’anticipo avrebbe avuto ricadute negative notevoli in termini di concentrazione su quell’appuntamento che, nonostante l’incuria che persino il governo dei “professori” ha riservato alla scuola, continua ad essere l’atto conclusivo di un percorso di 13 anni, suggellandone il termine e segnando una tappa importante nella vita di ciascuno. Nonostante le proteste vibrate delle associazioni studentesche, Profumo – come per il concorso dei docenti e per il regolamento sulla valutazione, due temi su cui certamente non si è distinto per gestione democratica e condivisa – è andato avanti.

La sconfessione esplicita da parte del governo attuale -politicamente stravagante (persino più di quello precedente) – marca il fallimento totale del decisionismo di Profumo, che ha tentato in tutti i modi di segnalare il proprio come il mandato più autoreferenziale della storia di Viale Trastevere, sorridendo amabilmente in qualsiasi circostanza, sia che gli arrivassero consensi sia che (i casi più frequenti) fossero fischi. Impermeabile alle critiche quanto alle pratiche di consultazione e dialogo.

Il futuro decreto prevede anche la ridefinizione dei criteri di valorizzazione del percorso scolastico e dunque del controverso “bonus maturità”. Un provvedimento che ha tentato di risolvere in modo meccanico una questione estremamente complessa. Il decreto Profumo stabiliva che i punti, da 4 a 10, sarebbero stati «attribuiti esclusivamente ai candidati che hanno ottenuto un voto almeno pari a 80/100, rapportato alla distribuzione in percentili dei voti ottenuti dagli studenti che hanno conseguito la maturità nella stessa scuola nell’anno scolastico 2011/12». Le tabelle che hanno previsto la conversione, attraverso i percentili, del voto di maturità in punti bonus, hanno fatto emergere disparità tra città e città ma anche tra scuola e scuola. 

La finalità era, probabilmente, quella di pareggiare attraverso criteri di equità il grande divario che esiste nell’assegnazione del voto all’esame di Stato. In realtà la questione si è tradotta in un boomerang che ha sortito l’effetto opposto. Facciamo un esempio: si prenda una scuola statale molto seria o molto “dura” (i due aggettivi non sono necessariamente sinonimi), in cui gli studenti o per l’ottima preparazione o per effetto della selezione (più o meno) “naturale” nel corso degli anni, arrivino a conseguire voti di maturità molto alti e globalmente alti. Si prenda, poi, una scuola paritaria, modello “diplomificio”, nella quale vanno a confluire spessissimo studenti indolenti ma danarosi, che acquistano a suon di euro il viatico per uscire dalla scuola. Questi ultimi passeranno tutti (o quasi), considerando il livello generale e le “pratiche preventive” che quelle scuole attuano in occasione dell’esame di Stato; ma con voti meno alti. La tabella relativa ai percentili degli istituti italiani attesta che la seconda scuola avrà un punteggio superiore, dovendo “risarcire” i propri studenti del trattamento subito.

Attendiamo, si tratta di ore, l’emanazione del nuovo decreto. Quello che è certo è che gli studenti dell’ultimo anno di superiore hanno dovuto iscriversi tassativamente entro il 7 giugno (pagando entro il 14 giugno i 35 euro previsti per gli atenei statali; nulla in confronto ai 130 per il Campus Biomedico di Roma, privato) ai test di ingresso e compilare una lista di “preferenze” delle province nelle quali – in caso di ammissione – avrebbero potuto/voluto/dovuto andare. Tutto ciò ad una settimana dall’esame di Stato, la maturità; dibattendosi, negli ultimi giorni, tra un quiz, la preparazione delle ultime verifiche, simulazioni di prove, studio delle materie scolastiche.

Questo perché il prof. Francesco Profumo, quello che ha messo a concorso il turn over sulle cattedre scolastiche chiamandola “rivoluzione”, aveva fretta di lasciare la propria impronta, oltre che sui precari, anche sulle sorti di questa generazione di maturandi.