“E’ necessario e urgente avviare nuovi programmi di investimento per rinnovare la flotta della marina militare che si sta pericolosamente assottigliando nei numeri e nelle capacità e a breve non sarà più in grado di tutelare gli interessi nazionali: solo così si salva la marina militare, che altrimenti nel 2025 cesserà di esistere come forza operativa”. In occasione della festa della Marina istituita da Mussolini nel 1939 in ricordo dell’impresa di Premuda (l’affondamento in Adriatico, durante la prima guerra mondiale, della corazzata austro-ungarica Santo Stefano ad opera dei Mas della regia marina, costato la vita di 89 persone), il nuovo capo di Stato maggiore delle forze navali, ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ha usato toni drammatici per pressare il governo Letta affinché allarghi i cordoni della borsa per finanziare l’acquisizione di nuove navi da guerra.

De Giorgi vuole che la sua forza armata non sia più “la cenerentola in termini di budget rispetto ad esercito e aeronautica”, come ha detto qualche settimana fa, e per questo oggi chiede per la Marina “rinnovate attenzioni da parte della nazione”. Come a dire: basta parlare solo dei cacciabombardieri F-35 perché anche la Marina ha le sue esigenze. Che non si limitano alle dieci famose fregate multi-missione Fremm da 5,68 miliardi, per le quali il nuovo sottosegretario alla Difesa, Roberta Pinotti, ha appena sbloccato un nuovo finanziamento da 749 milioni di euro promettendone un altro entro fine anno. 

L’ammiraglio si riferisce infatti a un nuovo programma di riarmo navale del quale, fino a poche settimane fa, nessuno aveva mai sentito parlare: quello per l’acquisizione di dodici unità multiruolo di tipo Lcs (Litoral Combat Ship, ovvero navi da combattimento costiero) che dovrebbero rimpiazzare i 12 pattugliatori classe Soldati, Cassiopea e Comandanti (questi ultimi entrati in servizio solo nel 2001-2002), le 4 fregate classe Maestrale non ammodernate e 6 delle 8 corvette classe Minerva – le unità in dismissione nei prossimi anni sono una trentina, e secondo De Giorgi arriveranno a 51 nell’arco di 10 anni. 

Ma quanto costeranno queste nuove navi? In una recente intervista alla rivista specializzata americana Defense News, De Giorgi ha spiegato: “La nave che ho in mente per affiancare le Fremm è una nave dual-use, veloce e modulare, lunga 125 metri e larga 15, con una stazza da 4 tonnellate e una velocità di almeno 35 nodi, armata con un cannone da 127 mm a prua e uno da 76 mm a poppa e dotata di una ponte d’atterraggio per elicotteri. Saranno una versione semplificata delle Fremm e rispetto a queste costeranno circa due terzi”. Poiché ogni Fremm costa in media mezzo miliardo di euro, le nuovi navi verranno almeno 300 milioni l’una. Il che significa 3,6 miliardi per l’intero programma.  In questa stessa intervista De Giorgi ha dichiarato che, pur essendo il programma ancora in fase iniziale, “lo Stato maggiore ha già dato l’autorizzazione preliminare per l’acquisizione di sei navi”. Buono a sapersi. Ma chi sarà a pagare per queste mini-Fremm?

Vista l’insistenza dell’ammiraglio nel porre l’accento sulla natura “dual-use” militare e civile di queste nuove navi (“utili in pace e in guerra”, utilizzabili anche per interventi umanitari e di protezione civile o per scopi di ricerca scientifica da parte “del Cnr e di altre istituzioni della ricerca nazionale”), si intuisce che questo ennesimo investimento, descritto come utile “non solo per salvare la Marina, ma per lo sviluppo del sistema Paese”, sarà sostenuto ancora una volta da quelli che sono ormai divenuti i nuovi finanziatori civili delle spese militari italiane: il ministero dello Sviluppo Economico (che già finanzia, tra le altre cose, le Fremm) e magari anche il ministero dell’Istruzione (che attraverso il Cnr paga la nuova unità navale di supporto a forze speciali e sommergibili). 

A rigor di logica De Giorgi farebbe meglio ad andare a battere cassa da Paolo Scaroni, visto e considerato che – come accennato dallo stesso capo di Stato maggiore della Marina in una recente intervista a Milano Finanza – queste nuove navi potranno tornare utili per proteggere dai pirati i nuovi giacimenti di gas naturale offshore scoperti dall’Eni in Mozambico e per scortare le petroliere del cane a sei zampe che solcano le rischiose acque dell’Oceano Indiano.