Siamo spiati. Tutti. Tutto il tempo. Questa è l’unica conclusione che si può trarre dalla divulgazione di due programmi del governo americano rivelati negli ultimi giorni dal Guardian e dal Washington Post. Un programma della National Security Agency raccoglie i dati di tutte le comunicazioni telefoniche e un altro risucchia tutte le informazioni raccolte sui social network.

Ieri Obama ha detto agli americani che “nessuno ascolta le vostre conversazioni”, il che è –nel migliore dei casi- una mezza bugia. Molti americani sono intercettati legalmente, per ordine della magistratura, sugli altri vengono raccolti solo i “metadati”, cioè chi ha chiamato qualcuno, a che ora, e da dove. Ma è il colmo dell’ipocrisia sostenere che questi dati sono innocui e non violano la privacy: se una donna chiama prima il suo ginecologo e poi una clinica dove si praticano interruzioni della gravidanza non occorre un ascolto diretto dei contenuti delle telefonate per sapere che si tratta probabilmente di un appuntamento per effettuare un aborto.

Ora, proprio nel caso della sentenza che legalizzava l’interruzione della gravidanza (Roe v. Wade, nel 1973) la Corte suprema stabilì che questa decisione doveva essere costituzionalmente protetta in quanto diritto “fondamentale” di  libertà garantito dal Quattordicesimo emendamento della Costituzione. La sentenza riconosceva il diritto dei cittadini americani di godere di una privacy, una zona di “penombra” delle loro vite libera da intrusioni del governo.

La raccolta di dati su chi telefona a chi ha, inoltre, dirette implicazioni politiche: comunicazioni fra leader dell’opposizione, convocazioni di riunioni che dovrebbero restare riservate, contatti fra maggioranza e opposizione: il fatto che un’agenzia di spionaggio sia al corrente di tutto questo rende caduche le garanzie sulla libertà di espressione e avvicina gli Stati Uniti di oggi più alla Russia di Putin che al Paese che si dava un “governo minimo” voluto dai costituenti nel 1787.

Infine, la raccolta indiscriminata di dati da internet (come sappiamo, dettagliatissimi) viola in modo clamoroso il Quarto emendamento della Costituzione, che specifica chiaramente: “Il diritto dei cittadini alla sicurezza personale e a quella della loro casa, dei loro documenti e dei loro beni di fronte a perquisizioni e sequestri ingiustificati non potrà essere violato, e non si potrà emettere alcun mandato giudiziario, se non per fondati motivi”. Ovviamente, non ci possono essere “fondati motivi” per raccogliere dati su tutti i cittadini americani, oltre che su una porzione sostanziale di cittadini stranieri.

E, poiché il governo di Washington dice che la sorveglianza riguarda prevalentemente il resto del mondo, forse sarebbe utile sapere se così facendo viola i nostri diritti di cittadini italiani, precisati assai chiaramente nell’articolo 15: “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”.

Alla luce delle dichiarazioni del presidente  Obama, che ha specificamente dichiarato che la raccolta dati attraverso Facebook, Google e Apple è rivolta ai cittadini non americani, il nostro governo potrebbe forse chiedere: 1) Se la normativa europea sulla privacy è stata rispettata; 2) Se i diritti costituzionali degli italiani non sono stati violati. Il ministro degli Esteri Emma Bonino vorrebbe attivarsi?