Nel memoriale del pentito Nino Lo Giudice spuntano servizi segreti, la Sicilia e l’omicidio Borsellino. Il collaboratore di giustizia di cui si sono perse le tracce nei giorni scorsi ha registrato un video shock dove spiega cosa è avvenuto nel periodo natalizio quanto un magistrato della Dna (“il dottore Donadio” scrive il pentito) lo ha costretto a “impiantare una tragedia a persone che non conoscevo”. Lo Giudice fa anche i nomi. Si tratta di “tale Giovanni Aiello e una certa Antonella. Malgrado la mia opposizione a tale richiesta aggiunge invitando gli inquirenti a riascoltare la registrazione integrale dell’interrogatorio – ho subito forti pressioni. Accettai quanto mi veniva suggerito dal dottore Donadio. In tale circostanza mi veniva richiesto se a presentarmi tale Aiello fosse stato mio fratello Luciano e io gli risposi di no, che era stato il capitano Saverio Spadaro Stracuzzi. Lui (Donadio, ndr) quando gli dissi così approvò con soddisfazione tale risposta. Dopo volle sapere se io ero in possesso di fotografie di tale Aiello (oggetto del video, ndr), e risposi di si, e come li avessi avute. Gli risposi che a farle era stato Antonio Cortese”. Quest’ultimo è il personaggio indicato dal pentito come il soggetto che avrebbe piazzato le bombe alla Procura generale di Reggio nel dicembre 2010. Donadio “mi disse – prosegue Lo Giudice – se questo tizio mi avesse confidato qualcosa durante la nostra frequentazione, di molto serio, degli attentati a Borsellino, di omicidi avvenuti in Sicilia ai danni di due poliziotti in borghese, e di un altro omicidio consumato ai danni di un bambino avvenuto sempre in Sicilia”. Ma chi erano Giovanni Aiello e tale Antonella? Lo spiega sempre il collaboratore riportando nel memoriale i suggerimenti che avrebbe ricevuto dal magistrato Donadio: “Mi disse che facevano parte dei servizi deviati dello Stato e che la donna era stata ad Alghero in una base militare dove la fecero addestrare per commettere attentati e omicidi, e che era solita recarsi a Catanzaro in una località balneare per trascorrere il periodo estivo. L’ufficio della Dna è un luogo dove vengono convocati i collaboratori per impiantare tragedie e i capi sono i registi e noi gli attori”. A proposito dei risvolti siciliani, tre giorni fa l’ex viceprocuratore nazionale antimafia Alberto Cisterna è stato sentito a Roma dal pool della Procura di Palermo che indaga sulla trattativa Stato-mafia e sui misteri della mancata cattura di Bernardo Provenzano. Il magistrato reggino è lo stesso che era stato indagato in seguito alle dichiarazioni, oggi ritrattate, del pentito Nino Lo Giudice. Un’indagine poi finita con una richiesta di archiviazione mai accettata dallo stesso Cisterna. I magistrati palermitani lo hanno sentito in merito ad episodi, inediti, che avrebbero preceduto la cattura del “capo dei capi”. Episodi conosciuti da Cisterna che, all’epoca, era stato applicato alla gestione dei rapporti con la Procura di Palermo  di Lucio Musolino