Ma che faccia ha la crisi? Quale è il suo vero volto? C’è una crisi che si vede e una crisi che si sente. E che forma ha la crisi? Come si riconosce? Ogni giorno ci bombardano con questo termine buttandoci addosso ipotesi e opinioni per uscirne ma tutto continua inesorabilmente peggio di prima. La crisi ha molte facce. C’è la crisi economica, ma soprattutto quella di valori e comportamenti. Quella delle persone che non riescono a curare il malanno perché non conoscono il malato.

Il Rapporto Annuale Istat sulla situazione del Paese ci consegna dati allarmanti a cominciare dall’ulteriore ampliamento dei divari territoriali e sociali. Ciò provoca una frana nella coesione sociale già di per sé minata da notevoli squilibri che avvicinano l’Italia ad uno stato di malessere seppur non percepito come dimostra il Rapporto stesso.

Tra la paghetta per i quarantenni e un clima di generale sfiducia assistiamo a un quadro desolante senza possibilità di movimento. Un quadro di 15 milioni di italiani in disagio economico. E bisogna vederli questi italiani. Non sulla carta della statistica, ma sulla carta della vita. Quella vita che non perdona. Che non giustifica. O sei dentro o sei fuori. Puoi andare al mercato a comprare la frutta quasi marcia o a prenderti quella buttata perché  troppo marcia per essere venduta. Puoi andare alla cassa del supermercato e vedere che c’è gente che di dieci prodotti ne lascia otto alla cassiera perché non ha soldi sufficienti. Puoi vedere italiani che aspettano una chiamata per uno straccio di lavoro ma il telefono squilla solo per le offerte di una tariffa migliore o per cambiare gestore. La crisi ha tante facce ed alcune inaccettabili. La giustizia sociale e le riforme giuste sono un concetto che da sempre rimane scritto ancora su carta. Questa volta la nobile carta delle buone intenzioni di uno Stato. Ma la degenerazione delle istituzioni ha bruciato anche termini solenni che avrebbero dovuto cambiarlo questo Paese.

La statistica è fatta di numeri. La vita di persone. Che vedono la crisi non con visioni mistiche ma con concreti effetti sulla dignità. La dignità che si perde quando non ti puoi curare e sfamare i tuoi figli. C’è in questo un ritorno al medioevo. Il suicidio come ultimo tentativo di salvare la dignità per non provare quella vergogna tipica di chi non può farcela da solo.

Dov’è lo Stato in tutto questo? A sottoscrivere un Fiscal compact che affossa anche un tentativo di crescita.

A che servono le statistiche se i numeri non cambiano le persone?