La delucrazia di Salerno è senza confini. Delucrazia nel senso di Vincenzo De Luca, sindaco da un ventennio nonché viceministro alle Infrastrutture, in quota del Pd e di se stesso. Il neologismo che rimanda al modello autoritario di Putin, tanto per fare un esempio, è dei “Figli delle chiancarelle”, network salernitano che ha tracciato la via ludica al dissenso nel regno di De Luca e di cui il Fatto si è occupato per il loro gioco “RosiKo, distruggi i nemici di Salerno”.

L’ultimo frammento che dipinge, in Campania si dice pitta, il feudo di Vicienz ‘a funtana, “Vincenzo la fontana”, sindaco con la passione per gli zampilli, è un video rubato al consiglio comunale di venerdì scorso, 31 maggio. La questione dell’incompatibilità tra le due poltrone su cui siede, in città e nella Capitale, arriva tardissimo, dodicesimo punto all’ordine del giorno. Si alza Raffaele Della Valle, fedelissimo deluchiano, e invoca l’autodeterminazione di Salerno. L’intervento alterna lingua italiana e dialetto campano ed è irresistibile nella sua tragicità: “Una volta c’era un sindaco a Napoli che faceva anche il sindaco (Bassolino, nemico storico di De Luca, ndr). Poi intervengono le leggi che cambiano, esce ‘na legge cagna ‘a situazione e io ne devo prendere atto, addio e grazie, ma il consiglio comunale di Salerno è titolare del proprio destino”.

È questa la sostanza della delucrazia che resiste. Il sindaco non vuole dimettersi per fare “solo” il viceministro e sostiene che lui è stato eletto prima che intervenisse la norma dell’incompatibilità, nel 2011. In consiglio la parola d’ordine è “approfondire”, cioè perdere tempo, e da qui a un mese non si esclude un pronunciamento del prefetto. A protestare sono tutti i dissidenti del regime deluchiano, grillini in testa. Anche perché da quando è alle Infrastrutture, a De Luca è ritornata l’ossessione della metropolitana di Salerno. Al punto da convocare se stesso per un vertice domani a Roma. Non è la prima volta che il sindaco prima si sdoppia e poi si riunisce guardandosi allo specchio. Capitò anche con il termovalorizzatore di Salerno, in qualità di commissario speciale nominato dall’allora governo Berlusconi. Espropri e proclami, ma il suo divertimento fu breve. Dopo pochi mesi i poteri furono trasferiti alla provincia e la delucrazia esplorò un’altra frontiera. Da sindaco e basta, De Luca smentì il suo alter ego ex commissario e iniziò una battaglia contro il termovalorizzatore. Uno, dieci, cento, mille De Luca.

Come quello che colleziona un processo dopo l’altro (oggi ne sono tre) ma diventa testimonial del Bersani candidato-premier. Il sindaco-viceministro punta a fare di nuovo il governatore della Campania, impresa non riuscita nel 2010 perché sconfitto dal centrodestra di Stefano Caldoro. La delucrazia non si pone limiti. Il progetto della metro, dal 1997 a oggi, ha bruciato almeno 50 milioni di euro e rischia di prosciugare altri soldi e altro verde. A fronte di debiti fuori bilancio che ammontano a 300 milioni di euro. Le incompiute di Salerno sono decine e De Luca non è riuscito nemmeno a fermare la morìa delle palme sullo strepitoso lungomare cittadino. Il punteruolo rosso, parassita assassino, attaccò oltre duecento fusti un paio di anni fa. Da allora, le palme sono state tutte segate e il sindaco si è messo in testa di fare anche il giardiniere. Senza dare ascolto agli esperti di botanica, vuole ripiantare lo stesso tipo di palma. E così il punteruolo rosso gode.

Il metodo deluchiano comprende tutto. Memorabile la rissa che esplose al congresso dei giovani del Pd salernitano. Un gruppo di sconosciuti arrivò in auto e bloccò tutto. Contro i ragazzi dell’odiato Bassolino. Le cronache di allora registrarono minacce e affermazioni: “Siamo di De Luca, il congresso oggi è rimandato, lo vuole il popolo di Salerno. E tu che parli, sappiamo chi sei, ti veniamo a prendere in redazione e scommiamo di sangue”. Scommiamo è intraducibile in italiano. In ogni caso l’accostamento al sangue rende il senso. Ancora: “Oggi il congresso non si fa. Questa è Salerno, qua comanda De Luca, ve ne dovete andare e basta”. Con le dovute differenze è lo stessa arroganza che ha portato il Pd, nell’ultimo consiglio comunale, a difendere il doppiopoltronismo del sindaco-viceministro: “Salerno è titolare del proprio destino”. Chissà quando il Pd inizierà a fare i conti con il fenomeno della delucrazia.

Da Il Fatto Quotidiano del 6 giugno 2013