“Il Commissariamento dell’Ilva, per come annunciato dal Governo, è un risultato importante”, ma “lascia l’amaro in bocca” la scelta di “nominare nel delicato ruolo di Commissario il dottor Enrico Bondi che è attualmente Amministratore delegato dell’azienda nominato dalla famiglia Riva”. Insomma per il governatore di Puglia, Nichi Vendola, “inquinatori, bonificatori, risanatori non possono essere tutti nello stesso mazzo”. Eppure quando il 27 marzo scorso il presidente dimissionario Bruno Ferrante annunciò l’ingresso di Bondi ai vertici dell’Ilva, il governatore non disse nulla. Oggi, invece, parla di “compromesso politico” ai danni di Taranto, quasi dimenticando che il suo rapporto con i Riva è stata un’altalena di odio e amore, un susseguirsi di guerre apparenti e trionfali pacificazioni.

Tutto comincia con la legge regionale approvata dalla Regione Puglia nel dicembre 2008 che imponeva alla fabbrica di ridurre a 0,4 nanogrammi le emissioni di diossina dai camini entro dicembre 2011. Una legge che arriva sull’onda della protesta ambientalista dei cittadini scesi in piazza in 20mila dopo che Peacelink e altre associazioni avevano diffuso i dati relativi all’inquinamento prodotto dall’Ilva (che all’epoca produceva il 90 percento della diossina d’Italia). Vendola si impegna a imporre regole rigide all’azienda. Un articolo della legge, in particolare, prevedeva il campionamento in continuo degli inquinanti: una rivoluzione che avrebbe consentito di misurare anche i cosiddetti “transitori”, quei malfunzionamenti durante i quali si sprigionano nell’aria nubi tossiche che gli esperti definiscono anche “slopping”.

La legge passa, ma la rivoluzione ha vita breve. Azienda e Governo (guidato da Silvio Berlusconi, ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo) insorgono e in un vertice a Roma ottengono un compromesso cruciale: affiancare (e di fatto sostituire) la misurazione manuale al campionamento in continuo. I controlli, cioè, saranno effettuati di mattina per tre giorni per almeno tre volte all’anno. Nel 2010 l’Ilva supera il limite, ma nel 2011 le prime tre rilevazioni offrono un risultato di poco superiore al limite di 0,4. E così a distanza di 26 giorni dall’ultimo controllo viene predisposta una quarta misurazione che porta il limite entro il valore sancito dalla legge. L’Ilva esulta, Vendola trionfa e commenta: “Abbiamo voltato pagina”.

Peccato negli stessi mesi l’indagine disposta dal procuratore Franco Sebastio e svolta dai carabinieri del Noe di Lecce documentano circa 200 fenomeni di slopping in 40 giorni. Ma il governatore ancora non lo sa, in quei mesi è impegnato nella “vicenda San Raffaele di Taranto”: la Regione stanzia milioni di euro per la costruzione di un ospedale pubblico che sarà dato in gestione a Don Verzè. Il crac del San Raffaele, però, distrugge l’idea del governatore di risolvere la critica situazione sanitaria dei tarantini con un’eccellenza per curare i tumori. Quella del Noe, però, non è l’unica indagine sull’Ilva: la Guardia di finanza di Taranto intercettando le conversazioni telefoniche di Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva e longa manus dei Riva, cattura anche le rassicurazioni di Vendola ai Riva: “l’Ilva è una realtà produttiva” a “cui non possiamo rinunciare” spiega Vendola ad Archinà “volevo dirglielo perché poteva chiamare Riva e dirgli che… il Presidente non si è defilato…”.

Quando il 26 luglio 2012 la questione Ilva esplode in tutta la sua drammaticità e il conflitto salute-lavoro diventa questione di interesse nazionale, Vendola – al pari dell’ex ministro Corrado Clini – si schiera accanto all’azienda per salvaguardare migliaia di posti di lavoro; e solo quando le relazioni dell’Ispra accertano le violazioni e i ritardi nell’applicazione dell’Aia concessa a Ilva, Vendola, come il Governo, si lancia in un acrobatico salto della quaglia: scarica i Riva e chiede l’estromissione della famiglia. Una nuova pagina, quindi, in cui il presidente si defila. Per ora.