Ieri, all’ora di pranzo, sui teleschermi degli italiani è apparso sua maestà Giorgio Napolitano. In occasione del 2 giugno, festa della Repubblica, con tono perentorio ha letto, anzi dettato, le disposizioni ai partiti. Sulla legge elettorale, sulle misure contro la crisi. E ha perfino impartito ordini sull’orizzonte temporale dell’attuale governo: entro il 2 giugno dell’anno prossimo l’Italia dovrà darsi “una nuova prospettiva politica”. E così sia (“Vigilerò”).

Sembrava perfino ringiovanito, molto diverso da quel Napolitano sofferente che camminando quasi si appoggiava ai suoi collaboratori. Ma questo avveniva prima della rielezione, che deve avere agito sulle giunture presidenziali come un unguento miracoloso. Spero di non rischiare il vilipendio se dico (con vera ammirazione) che ci ha messi nel sacco tutti quanti. A cominciare da chi scrive, convintissimo che ai reiterati e sdegnosi rifiuti di ricandidarsi egli avrebbe tenuto fede da uomo di parola, poffarbacco. Eravamo tutti così sicuri che la sua ultima ora al Quirinale fosse scoccata che, alla presentazione del libro L’ultimo comunista, con l’autore Pasquale Chessa e Filippo Ceccarelli, ci divertimmo a rivangare un episodio che già aveva provocato le fulminanti smentite del Colle: il Napolitano poeta, autore – con lo pseudonimo di Tommaso Pignatelli – di ispiratissime liriche in dialetto napoletano.

Non sapevamo che nel frattempo il partito della conservazione stava andando a dama attraverso una serie di mosse, ancora tutte da ricostruire. Infatti, due giorni dopo, i sorrisetti si spensero insieme alle speranze di Bersani, di Marini, di Prodi e dei tanti che avevano fatto i conti senza l’oste. Da allora nell’osteria non si sente più volare una mosca.

Letta a Palazzo Chigi lo ha imposto lui. Berlusconi non fiata, ossessionato com’è dalle sentenze. Il Pd sembra un collegio di orfanelli. Mentre la speranza sollevata da Grillo rischia d’impantanarsi nell’irrilevanza e nel risentimento. Tutti i giornali (meno uno) sono sull’attenti e non si muove foglia che lui non voglia, a cominciare dalla nomina del nuovo capo della Polizia. Nell’intervista a Silvia Truzzi, Andrea Camilleri parla di “Costituzione mandata in vacca” dopo il Napolitano bis. Ma c’è qualcosa di peggio: un Paese immobile, paralizzato dalla paura di cambiare, che cerca le poche certezze in un passato che non passa mai.

Il Fatto Quotidiano, 2 Giugno 2013