Sul tavolo di Bill Clinton, alla fine della sua presidenza, c’erano due grossi dossier aperti: Medio Oriente e Corea. Pur avendo lavorato con impegno a entrambi, alla fine decise di concentrarsi – nonostante il parere contrario dell’allora segretario di stato, signora Madleine Allbright che invece puntava sulla Corea – su quello medio-orientale. Come tutti ricorderanno finì male. Per tutti. Arafat e Barak alla fine si impuntarono reciprocamente e il lungo vertice di Camp David fallì facendo poi scoppiare la seconda Intifada. Clinton alla fine è passato alla storia per la guerra contro la Serbia e le sue indimenticabili definizioni degli incontri con Monica Lewinsky, nella Sala Ovale e altrove.

Oggi, dopo i due fallimentari, quanto meno in politica estera, mandati di Bush, il presidente Obama si ritrova questi dossier tali e quali, aperti più o meno alla stessa pagina, se non un po’ indietro. Anche se ufficialmente non se ne parla molto, è poco credibile che, a tre anni dalla scadenza del suo secondo e ultimo mandato – e ora che la politica estera Usa sembra sia finalmente tornata nelle mani del Dipartimento di Stato (dopo essere stata a lungo sequestrata dai falchi del Pentagono) Obama non voglia tentare di onorare il suo – decisamente precoce e sinora ingiustificato – Nobel per la Pace, e tentare di passare alla storia per qualcosa di più della – per carità sacrosanta – riforma sanitaria. 

La novità, stavolta, è che anziché il Medio Oriente, verso il quale Obama non ha ancora avuto un guizzo vincente, si punta alla Corea. Una penisola, una civiltà, un popolo che non ha mai, nella sua lunga storia, aggredito o invaso nessuno e che invece è sempre stato terreno di caccia e di conquista, la più grave e pesante delle quali è senz’altro l’occupazione giapponese, una delle più lunghe, spietate e crudeli della storia (basti pensare al fatto che i giapponesi, che devono la loro sofisticata lingua all’importazione dei caratteri cinesi attraverso appunto la Corea, pretesero di imporre la loro lingua al popolo coreano, come fecero i fascisti in Alto Adige). Una penisola che rappresenta l’unico, drammatico conto ancora aperto dal dopoguerra e che è ancora divisa in due nazioni. Una tra le più ricche del pianeta. L’altra tra le più povere.

E’ molto difficile, anche a causa dell’efficace e reciproca campagna di manipolazione, strumentalizzazione e amplificazione dei mass media (e non parlo solo di quelli occidentali, pronti ad annunciare l’imminente apocalisse ad ogni tentativo del nord di lanciare i suoi petardi; parlo anche dei nuovi, sofisticati new media nordcoreani, come il sito – basato a Macao – urikkiri.com) decifrare il cosiddetto rapporto “segnale/rumore” che la penisola esprime, ma è certo che nonostante tutto, in aria e superficie, porti a pensare al contrario, molto – e di positivo – stia in realtà succedendo sotto traccia. E molto potrebbe succedere nel medio, se non breve, periodo. Addirittura la pace. Con buona pace, per l’appunto, di chi rema contro e che sia pure per diversi motivi, appoggia lo status quo. Giappone, Cina, Corea del Sud. Fino a qualche tempo fa, lo status quo faceva comodo a tutti: anche al nord e agli Stati Uniti.

Ma ora le cose sono cambiate: se da un lato l’ultimo rampollo della prima e unica dinastia comunista, il giovanissimo Kim Jong Un, potrebbe essere tentato di uscire dall’isolamento gestendo in prima persona il processo anziché subirlo, dall’altro la politica di “ritorno” in Asia di Obama, dopo aver ottimamente funzionato in Birmania (dove la leader dell’opposizione Aun San Suu Kyi, preoccupata per il repentino sdoganamento del governo da parte degli Usa pare stia “tubando” con la Cina) potrebbe prevedere di realizzare la “pax coreana” direttamente, senza delegare questo difficile compito, come hanno fatto gli Usa negli ultimi anni, alla Cina. 

Il tutto è già successo agli inizi degli anni 70, quando tra Pechino e Washington volavano gli insulti ma Kissinger e Zhou Enlai lavoravano già alla cosiddetta strategia del “ping-pong”, inaugurata dall’improvvisa visita in Cina della squadra americana di tennis da tavolo nell’aprile del 1971 e culminata con la “storica” visita di Nixon, esattamente un anno dopo. Il tutto all’epoca nacque grazie al Giappone, dove si svolgevano i campionati mondiali di ping-pong e dove avvenne il primo, fortuito incontro tra il campione cinese Chuang Tse-tung e quello americano Glenn Cowan, ritrovatosi, raccontano le cronache del tempo, “per caso” nel pullman dei cinesi (aveva perso il suo). Peccato, ma questo è un altro discorso, che oggi invece la pax coreana, se mai si realizzerà, sarà nonostante il Giappone, che bloccato dagli Usa e da una penosa, irrisolvibile se non archiviandola senza rimpianti, questione bilaterale (la vicenda di alcuni cittadini giapponesi “rapiti” dai nord coreani negli anni ’70) non è riuscito sin qui ad avviare una trattativa seria e sostenibile con la Corea del Nord ed in genere con tutti i paesi vicini (Corea del Sud, Taiwan, Cina e Russia) con i quali ha ancora complicate questioni territoriali irrisolte.

I segnali, dicevamo, sono tanti. Dall’andirivieni che vari “inviati speciali”, anche del calibro di Kurt Campell, ex vicesegretario di stato Usa per l’Asia Orientale, artefice della “apertura” birmana e infaticabile tessitore di “tele e ragnatele” come l’ha definito di recente la rivista Foreign Affairs, fanno tra Pechino,Tokyo e Pyong Yang e dalla meno discreta, ma non certo casuale, recente visita di Dennis Rodman, il campione USA di basket al quale pare che Kim Jong Un in persona abbia affidato un messaggio personale per Obama. Fantapolitica? Può darsi, ma intanto governo e imprese italiane farebbero bene a svegliarsi e a tenere sott’occhio la situazione.

Perché se scoppia la pace la Corea del Nord può offrire enormi opportunità e sarebbe un peccato che proprio l’Italia, che nel 2000 fu svelta ad appoggiare la “politica del dialogo” avviata dal presidente sudcoreano Kim Dae jung ed è stato il primo paese del G7 a riallacciare le relazioni diplomatiche (anche se non ha mai aperto un’ambasciata, a differenza di quasi tutti gli altri paaesi europei) restasse, come al solito, al palo. Sarebbe anche un ottimo modo di ricordare uno dei nostri migliori ambasciatori, Guido Martini, che nel 2003 è stato il primo diplomatico europeo ad attraversare a piedi il 38mo parallelo, alla guida di una delegazione Ue. Al suo funerale, svoltosi privatamente qualche giorno fa a Formello, c’è già stato un piccolo miracolo. Ad onorare il nostro diplomatico, da sempre fautore del dialogo e del negoziato, c’erano, uno accanto all’altro, entrambi gli ambasciatori coreani accreditati in Italia. Quello del nord, Chun Guk ed il collega del sud, Young-Seok. Non era mai successo.