Breve la vita felice del converso a cinquestelle. Infatti, alla luce della nuova batosta amministrativa, c’è da pensare che l’ondata dello scorso febbraio stia rapidamente volgendosi in risacca. E con essa la speranza di schiodare questo benedetto Paese dall’immobilismo cancerogeno che ne succhia le midolla ormai da tempo immemorabile.

Affermazione suffragata dalla memoria storica di chi scrive, patetico militante nel campo dell’alternativa dai lontani anni Settanta del secolo scorso; nell’amaro ricordo di grandi promesse palingenetiche, presto rivelatesi truffe sistematiche ai danni dell’opinione di sinistra. Perciò sarebbe ora che i pasdaran M5s, quelli che ad ogni critica non pregiudizialmente ostile scatenavano il fuoco di sbarramento della denuncia paranoica di ipotetiche cospirazioni prezzolate, quelli che ti investivano ripetendo pappagallescamente gli stilemi verbali del guru (supercazzola, pidimenoelle, ecc.), sarebbe bene che i guardiani della rivoluzione immaginaria si rendessero conto del pericolo che incombe sul loro stesso movimento, a rischio di consunzione. Come un lampo di magnesio, come un fuoco di paglia.

Sarebbe bene… Anche se difficilmente avverrà, considerato che i pasdaran di ogni genere montano motori privi della marcia indietro dell’autocritica. Ma non è questo il problema, non sono gli ennesimi soldati giapponesi sperduti nella giungla, neppure il carisma a rischio del Beppe Grillo, dilettante allo sbaraglio che ha giocato a lungo (e con indiscutibile efficacia) un ruolo tra il Mosé, Simon Bolivar, il Lenin all’assalto del Palazzo d’Inverno e Luke Skywalker di Guerre Stellari. Tanto meno ci preoccupa il futuro di “er penombra” Casaleggio, tipico esponente della consulenza milanese maestra nell’infiocchettare banalità. No, la posta in gioco è ben più alta: la sorte di quel quarto di elettorato che era rientrato nel gioco politico grazie al grillismo e che ora, deluso dalla penosa inconcludenza dei dibattiti sugli scontrini e sui rimborsi, torna a rinchiudersi nella ghiacciaia aventiniana del non-voto.

Certo, in una democrazia effettiva, che tiene conto dell’indicazione elettorale come del proprio fondamento di legittimazione, il non-voto dovrebbe influenzare i comportamenti politici quanto il voto. Ma così non è, in questo contesto finalizzato a tenere a bada il dissenso critico confinandolo nell’irrilevanza. Sicché l’opera di rimettere in gioco l’Aventino, come dente d’arresto delle derive spartitorie nella politica politicante e collusa, diventava assolutamente determinante. E quanto conseguito temporaneamente va consolidato.

Per farlo non servono i contributi consolatorii di filosofi sciroccati alla Becchi, le acrobazie pseudo critiche di brillanti esperti nell’arte di vellicare il pelo alla Scanzi o le puerili mitologie salvifiche del Web. Quello che occorre con urgenza è un franco ripensamento della propria presunta eccezionalità, che si traduca nell’abbandono dell’orgoglio insulare di un movimento consacrato a una durezza/purezza politicamente inerte. Occorre avviare una fase costituente effettiva per salvare il salvabile.

Del resto i nomi dei compagni con cui mettere in cantiere la nuova arca per il diluvio prossimo venturo sono noti; da Rodotà a Landini, a Barca. Magari perfino Vendola, sempre se la smetterà di fumisteggiare con le proprie “narrazioni” mentre la Puglia da lui amministrata si rivela ogni giorno di più una sentina di maleodoranti malefatte. A partire dal lungo silenzio della politica su quanto avveniva nell’Ilva di Taranto. Ma il brodo si fa con le ossa che ci sono…