Una sera è capitato anche te, non fingere che non sia così. Hai fissato, con la solitudine di un uomo salito sull’autobus sbagliato, le persone che (a un metro da te) ballano e si dimenano con la più straziante e disperata delle allegrie postmoderne.

Dentro di te preghi che, entro un anno, si palesi un angelo sterminatore a fare piazza pulita di tutto questo. Poi il tempo passa, scorre ben oltre un anno e capisci una cosa. Che se quell’angelo sterminatore fosse arrivato con un po’ d’anticipo, magari di un decennio, avrebbe fatto fuori anche te. “Che ci facevi tu, lì?” è quello che ci domanda Paolo Sorrentino nel suono nuovo lavoro.

Perché tutti noi, ognuno a modo suo, siamo stati nel “luogo” di cui parla La grande bellezza, la differenza sta nell’essersene accorti o meno: “…è tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura. Gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile”. Quel posto si chiama vita.

Sorrentino non ha fatto un remake tragico e grottesco della “Dolce vita”, ciò che forse prova a dirci è esattamente il contrario; e cioè che non è la “dolce vita” a trasformare gli esseri umani bensì sono loro ad avere il potere di ridurre la dolce vita stessa ad un oscena danza per dannati che non meritano nemmeno l’onestà dell’inferno. E al contempo, alcuni di questi dannati, sono lì per l’unico, degno, motivo per cui valga la pena respirare: cercare la “grande bellezza”.

Questo sparuto gruppo di prescelti ha compreso che la vera bellezza non teme l’orrore, il disgusto, la miseria mondana, bensì ti attende, da te inaspettata, dietro l’angolo. Vuole vedere se riesci a non giudicare e semplicemente a vivere, meglio che puoi, facendo i conti col più inutile cretino che il destino potesse affibbiarti, te stesso. Se batti quel cretino, dopo c’è “lei”.

A prescindere dagli esiti di Cannes, diciamo che “La grande bellezza” è un film che va atteso. Non è un film perfetto, grazie a Dio, quello di Sorrentino, è semplicemente un grande film, talmente grande da avere gli stessi pregi e gli stessi limiti di ciò che intende mostrare. Perfetti erano “Le conseguenze dell’amore” e “L’amico di famiglia” (li ho adorati). Grande era “L’uomo in più”.

Dovete fidarvi de “La grande bellezza” e quando avete l’impressione di ascoltare frasi un po’ scontate o assistere a sequenze coscientemente ridondanti, lasciatevi trafiggere da Servillo (nel film Jep Gambardella, scrittore di un unico romanzo che ora lavora per i giornali e trascorre le notti immerso nei fescennini moderni della capitale) che fissa la dignità e la lotta onesta di una spogliarellista e le dice “Mi sento vecchio”. 

Lasciate che sia un illusionista del circo che, ai piedi di una gigantesca giraffa, dice a Jep “Io posso farla sparire, ma mica sparisce davvero, è solo un trucco…” o un’annoiata bambina che durante i parties della Roma bene dipinge, in una sorta di furiosa trance, gettando secchi di vernice addosso alla tela e a se stessa, uscendone dipinta e stremata anche lei.

Lasciate ancora che Jep sistemi una sua cara amica scrittrice molto “civile” e “impegnata” e le spieghi sbugiardandone l’afrore politicamente corretto, per quale forma di impegno era nota, ai tempi dell’università, nei bagni dei ragazzi, quale casa editrice (legata ai piccoli salottini del “partito”) abbia pubblicato le sue seghine, e con quale giovane la tradisca, sotto gli occhi di tutti, il suo compagno.

Lasciate ancora che Jep incontri, per intervistarla, una di queste artiste performer “off” e la tratti per quella piccola miserabile e modaiola ladruncola di tempo altrui che è, domandandole il senso delle parole che lei stessa usa “Io vivo di vibrazioni…” e lui la inchioda: “Mi dica che cos’è una vibrazione” (non ricordo se dicono “vibrazioni” o “emozioni”, ma insomma ci siamo capiti, lei è una cazzara e lui è troppo vecchio e stanco per far finta di niente). 

E lasciate infine che vi venga da ridere all’idea che una vecchia suora sdentata convochi, all’alba, uno stormo di gru sul terrazzo di Jep e senza voltarsi verso di lui gli dica “conosco i nomi di battesimo di ognuno di questi uccelli”. Riderete di meno e sarete più vicini al segreto della “Grande bellezza” quando un soffio di quella vecchia diverrà un ordine ancestrale e lo stormo di uccelli prenderà il volo nel cielo di una Roma che dorme, sfinita, dopo aver danzato.

La danza, il continuo, perpetuo, implacabile partecipare ad una danza, è il codice di accesso alla comprensione del film di Sorrentino. L’idea che ognuno di noi, a modo suo, stia tenendo il ritmo di qualcosa. Un qualcosa al cui ritmo danziamo da avvocati, da muratori, da medici, da operai, da giornalisti, da disoccupati, da uomini, da donne, etc. Ieri a Roma c’erano i comizi di chiusura della campagna elettorale per la corsa a sindaco. Piazze diverse, ma manifestazioni del tutto simili come messa in scena. Slogan, entusiasmo da sala di rianimazione e tanta retorica (fosse anche quella dell’antiretorica che usa slogan contro gli slogan).

Chi stava sul palco, chi se ne stava sotto e chi – incluso me – assiste a tutto questo davanti ad una tv credendo di essere in salvo, stanno tutti danzando. Tengono il ritmo di qualcosa. Ha ragione adesso Jep Gambardella. Aveva ragione, allora, anche Ian Curtis.

Perché a volte un tic sembra assalirci e crediamo che certe cose stiano cambiando, ma in realtà stanno solo cambiando ritmo; chi mette la musica si attende che noi non smettiamo di ballare. A volte, nei momenti più oscuri, penso quasi che la musica ormai si “metta” da sola; qualunque despota in carne ed ossa si sarebbe già annoiato di vederci danzare. Sudati, forzatamente sorridenti e senza fantasia.

And we would go on as though nothing was wrong.
And hide from these days we remained all alone.
Staying in the same place, just staying out the time.
Touching from a distance,
Further all the time.

(…)

No language, just sound, that’s all we need know, to synchronise
love to the beat of the show.
And we could dance.
Dance, dance, dance, dance, dance, to the radio.
Dance, dance, dance, dance, dance, to the radio.
Dance, dance, dance, dance, dance, to the radio.
Dance, dance, dance, dance, dance, to the radio.

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