Codici e leggi hanno un difetto: inevitabilmente complicano le cose semplici. È un difetto ineliminabile perché, dovendo prevedere norme applicabili a ogni caso possibile, sono necessariamente molto complessi e si prestano ad arrampicate sui vetri,  sport di cui politici e avvocati (per non parlare di politici-avvocati) sono maestri. Quando però si prende un singolo caso e lo si esamina con la lente del buon senso, si capisce subito tutto; in particolare si capisce che, qualche volta, la legge che lo riguarda ha poco a che fare con il buon senso (quindi con la giustizia e l’etica) e molto con interessi particolari che spaziano dal “non voglio andare in prigione” al “meglio qualche tumore in più che qualche migliaio di posti di lavoro in meno”.

Prendiamo Ilva. Si tratta di un’azienda che produce ferro, inquina e ammazza. La magistratura interviene, arresta i padroni della società (tali Riva; uno sta a casa sua agli arresti domiciliari e uno è scappato e fa il latitante) e sequestra gli impianti per impedire che si continui a inquinare e ammazzare. La politica, preoccupata per la perdita di posti di lavoro che ne deriva, inizia una brutta guerra contro la magistratura e, alla fine, fa una legge apposita (231/2012; governo Monti, ministro dell’Ambiente Clini; B. era un mostro quando le faceva lui) e autorizza Ilva a continuare la produzione. Contemporaneamente (e ipocritamente) le ordina di smetterla di inquinare e quindi di mettere in regola gli impianti. Contrabbandano questa legge come la soluzione del problema. Non dicono (e anzi si arrabbiano se qualcuno lo dice) che il termine concesso per mettere in regola gli impianti scade a dicembre 2014 e che dunque, per due anni, Ilva inquinerà e ammazzerà “legalmente”.

E nemmeno dicono che i soldi per regolarizzare gli impianti non ci sono: la legge prevede espressamente che i lavori dovranno essere fatti a cura e spese della proprietà, cioè dell’arrestato e del latitante che hanno derubato Ilva di più di un miliardo di euro, riportato poi in Italia con lo scudo fiscale fatto da B. (chissà se Napolitano si ricorda di quando questo giornale lo pregava accoratamente di non firmarlo).

Dunque, come ognuno può capire (il già ricordato buon senso), la politica emana una legge all’unico scopo di risolvere il problema occupazionale barattandolo con qualche (decine, centinaia) di morti, sapendo benissimo che non sarà rispettata. E non è imbarazzata dal trovarsi obiettivamente in compagnia di quei due subumani intercettati che così commentavano gli interventi della magistratura: “Due casi di tumore in più all’anno. Una minchiata”. Adesso, a togliere le castagne dal fuoco a Letta&C e ai loro epigoni, che scontano (non incolpevolmente, erano tutti d’accordo anche se blateravano della “necessità di coniugare il diritto al lavoro con il diritto alla salute”) le malefatte di Clini e Monti, arriva la magistratura di Taranto: “Visti gli artt. 5, 24 ter comma 2; 25 undecies comma 2 lett. a), b), c), e) ed h), 19 e 53 D.L. 8/6/2001 n. 231; 321 c.p.p., 104, 104 bis e 92 disp. att. c.p., dispone il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente, fino alla concorrenza della somma complessiva di euro 8.100.000.000” dei beni della società Riva Fire e, in via residuale, di Ilva.

Ci avete capito qualcosa? Ovviamente no; ma leggi e codici sono fatti apposta per non far capire niente. Le cose stanno così: Ilva ha inquinato e inquina alla grande. Inquinare è un reato. Per non commettere questo reato i padroni di Ilva avrebbero dovuto spendere 8 miliardi (secondo i calcoli dei periti) che invece si sono messi in tasca. Dunque 8 miliardi sono il profitto del reato di inquinamento. Non è giusto che i delinquenti possano godersi il bottino. Quindi glielo sequestriamo. Come e dove? Sequestrando soldi e beni (case, macchinari, quadri, automobili, insomma tutto quello che vale quattrini) dovunque li troviamo. Prima di tutto ci prendiamo i beni di Riva Fire, così non tocchiamo quelli di Ilva che può continuare a produrre, sfruttando la legge Clini; se proprio non ci bastano, andremo a cercare gli spiccioli in casa di Ilva, garantendo che non toccheremo niente che impedisca a Ilva di produrre (dunque inquinare e ammazzare), così a Clini e ai suoi successori non gli viene un coccolone.

Si, ma poi? Dei soldi che ne facciamo? Qui sta il bello. Li usiamo per fare quello che Clini ha detto che si doveva fare, sapendo che non si sarebbe fatto; insomma, facciamo diventare la sua legge una cosa seria, anche se lui non se lo merita. Cioè li usiamo per finanziare i lavori di messa in regola degli impianti. Lo Stato non aveva una lira e aveva detto che i soldi li dovevano mettere i Riva; questi non ci pensavano nemmeno; bene, la magistratura li prende ai Riva e li mette a disposizione: volente o nolente (ma adesso l’amministratore delegato è Bondi, non dovrebbero esserci problemi), la società li spenderà per pagare la ristrutturazione.

Tutto bene. Sì e no. Resta una domanda: ma perché Clini, invece di fare una legge inattuabile, non ha espropriato Ilva e non se l’è messa a norma da solo?

 Il Fatto Quotidiano, 25 Maggio 2013