Sette milioni d’italiani tornano al seggio dopo i giorni più pazzi della Repubblica. Lo avevano lasciato solo tre mesi fa, depositando nell’urna un chiaro segnale di cambiamento. Il voto delle politiche di febbraio aveva polverizzato in un attimo vent’anni di bipolarismo e aveva chiesto a tre grandi forze politiche di competere alla costruzione della Terza Repubblica. Da allora gli elettori han visto di tutto e di più, soprattutto il non richiesto: il capo dello Stato tornare al Colle senza averlo mai lasciato, il Pd della “non-vittoria” deflagrare più volte e poi abbracciare il Pdl di Silvio Berlusconi in un governo di pacificazione che passa il tempo a minare e sminare la possibilità di sopravvivere a se stesso. Quello di domani sarà anche un voto sulla pacificazione, sulla politica dell’inciucio. Mario Monti, azionista di minoranza, è quasi scomparso. Ma anche chi ne è rimasto fuori, a ben vedere, ha i suoi problemi. E pure Beppe Grillo, a questo giro, rischia di pagare un alto prezzo in termini di consenso. 

E tuttavia da tempo si dà per vincitore il partito dell’astensione. Gli ultimi giorni di campagna elettorale hanno reso evidenti le difficoltà di “scaldare le piazze”, perfino nelle città che – fra le 564 amministrazioni chiamate al rinnovo – catapultano rapporti di forza, contese e scenari della politica nazionale più convulsa e nebulosa di sempre. Gli ultimi comizi dei big sono stati tutti sotto tono, alcuni sono andati semi deserti. E così rischiano di andare le urne, che si aprono domani mattina alle 8 e fino alle 22 e lunedì dalle 7 alle 15. Terminate le operazioni di voto iniziano gli scrutini e, in caso di ballottaggio per l’elezione dei sindaci, si voterà domenica 9 giugno con le stesse modalità. Per i comuni superiori ai 5 mila abitanti debutta la novità della doppia preferenza di genere, che l’elettore può esprimere sulla scheda per candidati della stessa lista, purché di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda preferenza. “Tempi supplementari” due settimane dopo, il 9 e 10 giugno, quando si terrà l’eventuale ballottaggio negli 89 comuni con più di 15mila abitanti e il primo turno delle comunali in Sicilia. Ecco le partite che contano davvero.

TUTTI HANNO UNA SFIDA DA VINCERE. E MOLTO DA PERDERE
Ci si aspetta un alto tasso di astensione, dunque. E tuttavia non c’è dubbio che di test nazionale si tratti e che ogni forza politica abbia da centrare un obiettivo preciso. Il Popolo delle Libertà gioca in difesa. Al voto vanno infatti la maggior parte dei comuni che avevano svolto le loro amministrative dopo il trionfo del centrodestra alle politiche del 2008. Il Pdl insieme alla Lega Nord può contare su 52 sindaci su 92 città, contro i soli 35 del centrosinistra, la maggior parte di loro esponenti del Pd. In queste città il Pdl punta a una riconferma. Per Berlusconi, sempre più inguiato con la giustizia, anche del teorema secondo cui il consenso delle urne legittima più delle sentenze.
La riconferma il Pd la può trovare invece nei comuni capoluogo, dove i rapporti di forza sono ribaltati, con 9 sindaci democratici, uno di Sel, a Massa Carrara, 4 del Pdl, ed uno a testa per Lega Nord e Udc, Treviso ed Iglesias. Per il partito di Guglielmo Epifani, il voto amministrativo è un test multiplo. Lo è personalmente per il neosegretario, che debutta avendo di fronte a sé il difficile compito di tenere insieme il supporto al governo Letta e una base sempre meno contenta dell’accordo con Berlusconi. Dall’esito si capirà se l’elettorato democratico ha davvero stracciato la tessera o ha ingoiato uno per uno tutti i rospi: dalla mancata vittoria alle politiche di febbraio al balletto di Bersani sul governo coi Cinque stelle, dallo psicodramma del Quirinale e all’abbraccio con il centrodestra suggellato dal governo Letta-Alfano. Non solo. I candidati locali sono anche il frutto delle tante correnti che attraversano e frantumano il partito in vista del congresso d’autunno. Si sono fatte sentire fino all’ultimo con distinguo, veleni, sgambetti e passaggi alla conta dei birilli. Impossibile, dunque, prevedere azioni e reazioni degli elettori democratici.
C’è poi Beppe Grillo con il suo test in 150 comuni. Servirà a confermare o ridimensionare il boom delle politiche. Sotto la lente, per avere un termometro affidabile, il numero di ballottaggi che il Movimento porterà a casa nelle località in cui aveva raccolto più consensi alle politiche 2013. I risultati incassati in Friuli il 21 e 22 aprile scorso, quasi un’appendice del voto di febbraio, hanno registrato una flessione ma era un micro-test. E’ il momento per quello vero. Dal risultato si capirà se Grillo paga un pegno, e quanto pesante, all’indisponibilità a un accordo col Pd, alle polemiche che hanno scandito esordio e attività degli onorevoli a cinque stelle in Parlamento su rimborsi e democrazia interna. Scelta Civica si presenta sfilaccia, con liste locali o in appoggio ad altri candidati. In tutta la Liguria, per dire, non ha un candidato. Per il progetto centrista di Monti&co potrebbe essere un segnale di sopravvivenza.

ROMA, BRESCIA, SIENA E LE ALTRE CITTA’ CHE SCOTTANO
Oltre al conteggio di chi avrà più amministrazioni tra le grandi città al voto – tutti concordano sul punto – il giudizio finale su questa tornata amministrativa sarà determinato dal vincitore di Roma. Match decisivo nella Capitale ma per nulla scontato. In corsa Gianni Alemanno e Ignazio Marino che i sondaggi delle ultime settimane danno in equilibrio, mentre meno prevedibile è il gradimento di De Vito, del M5S, ed il civico Marchini. La fotografia delle piazze dei comizi finali hanno visto San Giovanni decisamente vuota per salutare il candidato Marino, e perfino truppe cammellate a ranghi ridotti per Silvio Berlusconi all’Arco di Costantino. Perfino Grillo fa “quasi il pieno” in Piazza del Popolo. Insomma, se a votare vanno solo i presenti, son guai.

Ad ogni modo non c’è solo Roma. Una delle piazze “calde” è sicuramente Brescia, città che ha visto materializzarsi il divario tra centro destra e centro sinistra “non di governo”. Dove militanti dell’una e l’altra parte sono arrivati agli insulti e alle mani quando mezzo Pdl ha manifestato contro la decisione di non trasferire qui i processi del leader del Pdl. Al voto 141mila cittadini che dovranno scegliere tra vecchio e nuovo. Vecchi, e non per età anagrafica, sono il candidato del centrodestra Adriano Paroli che punta alla conferma e pure lo sfidante del Pd, Emilio Del Bono, già sfidante e perdente nel 2008. Per i Cinque Stelle corre Laura Gamba. Oltre ai tre favoriti sono in corsa sette candidati minori.

Potente il significato simbolico e politico nella sfida per Siena che torna al voto dopo appena due anni. Qui è scoppiato l’ultimo scandalo finanziario d’Italia e ha travolto i democratici (e non solo senesi) come un fiume in piena. Il travaglio interno al Pd ha prodotto una spaccatura tra i consiglieri che ha portato, a maggio dell’anno scorso, alle dimissioni del sindaco Franco Ceccuzzi. Dopo due primarie, il Pd candida Bruno Valentini, dirigente per trent’anni di Mps ma già sindaco di Monteriggioni, e per questo spendibile come “outsider” rispetto ai poteri locali protagonisti del terremoto. Che la partita stia a cuore al Pd lo si è capito con il comizio del neo segretario Epifani.

Tra le partite più importanti c’è quella di Ancona: nel capoluogo delle Marche i cittadini sono senza sindaco dal 27 dicembre 2012. Ovvero, da quando Fiorello Gramillano, del Partito democratico, aveva rassegnato le dimissioni a causa di alcuni problemi interni alla maggioranza di centrosinistra. Diversi i candidati al voto, in una città venuta alla ribalta nelle scorse settimane anche per i dissidi a 5 stelle: il candidato ufficiale Andrea Quattrini era stato criticato da alcuni ex militanti grillini, vicini all’ex candidato del 2009 Mauro Gallegati.

Curiosa la partita di Barletta. Il candidato a sindaco di un centrosinistra in versione allargata arriva direttamente dal Quirdinale, è l’ex portavoce del presidente Napolitano, Pasquale Cascella, attorno al quale si raccolgono Pd, Sc, Cd, Sinistra unita e due civiche.