Se esistesse l’Oscar per il/la più scostante tra i politici italiani, il parco dei candidati alla nomination risulterebbe a dir poco vastissimo.

Assolutamente trasversale e con in lizza tutte la major dello scenario partitico, nessuna esclusa. Un secolare studio di cinematografia politicante quale il Pd (cambia il nome in ditta ma il cast è sempre lo stesso, riciclato) può puntare su vecchie glorie sempreverdi dell’antipatia, ogni volta in corsa per il prestigioso riconoscimento; ad esempio la regina dello shopping assistito Anna Finocchiaro o il David Niven di Gallipoli Massimo D’Alema, alla ricerca testardamente pervicace di status symbol esclusivi ed escludenti (alla faccia dei poveracci) che vadano dallo yachtsmen al gentleman farmer, al vigneron provenzale (in Francia “vignaiolo” è il padrone delle vigne, non il contadino che le coltiva). Intanto nella factory del Botteghino si continuano a sfornare giovani talenti con un grande futuro di boriosa repulsività; e già ora brillano i nomi affermati dei visi pallidi sul verdognolo di Andrea Orlando, Matteo Orfini e Stefano Fassina.

Ma la statuetta dorata (che riproduce una mano con il medio all’insù) trova agguerriti contendenti anche tra le star della major dirimpettaia, il Pdl. A cominciare dal suo tycoon Silvio Berlusconi, celebre per le barzellette agghiaccianti con cui riesce a “far simpatia” soltanto presso la claque dei dipendenti, i sottoposti beneficati da un seggio parlamentare, e che anche quando sorride lascia intravedere, dietro una maschera gaia, lo sguardo spietato e feroce del predatore. Attorno a una tale sintesi in deambulazione dell’orripilante – quale il Cavaliere – si affollano non trascurabili comprimari: dal grifagno Fabrizio Cicchetto al caratterista, specializzato nelle parti di chi ha il muscolo cardiaco troppo vicino allo sfintere, Renato Brunetta; cui si aggiunge un’altrettanto ricca scelta al femminile, con in testa la maestrina mordace Mariastella Gelmini, seppure ancora smarrita nelle centinaia di chilometri del tunnel che collega il Gran Sasso a Ginevra, e la strega di Biancaneve Daniela Santanché. Davvero un ricco campionario – quello messo in campo da Pd e Pdl – abituato da decenni alla corsa testa a testa per il riconoscimento dell’eccellenza antipatizzante.

Che ora subisce l’entrata dei terzi incomodi del M5S, guidati dall’insopportabile per antonomasia, la fustigatrice tipo Marchese di Sade Roberta Lombardi, e dall’avatar di se stesso, l’imperscrutabile selenita con trascorsi filo forzaleghisti Gianroberto Casaleggio. Perfino un professionista della simpatia come Beppe Grillo sta diventando molesto con le sue fisime puramente scenografiche degli scontrini e dei rimborsi a piè di lista (problematiche “d’alto profilo” con cui si pretenderebbe di mettere tra parentesi la questione fuori portata del cosa fare di tutti i voti intercettati alle elezioni di febbraio). Innanzi a una tale folla di concorrenti al premio finale – l’Oscar dell’antipatico – ci si potrebbe chiedere le ragioni della diffusione pervasiva di tale tratto caratteriale urticante, con tendenza al repulsivo.

La risposta può essere trovata negli effetti comportamentalmente corrosivi (e caratterialmente corruttivi) insiti nel Potere privo di controlli; proprio di un sistema politico che ignora effettive forme di alternanza in quanto bloccato. Che per una ragione o per l’altra tutti gli attori in commedia persistono nel bloccarlo ulteriormente. Per questa ragione tendono ad apparire subito più simpatici quelli che si affacciano per la prima volta sulla scena. Ma è un effetto di brevissima durata. Infatti, sembra una legge del destino che in poco tempo anche quegli ultimi arrivati si normalizzino assumendo la tipica aria spocchiosa all’insegna del “non disturbate il manovratore”, che fa tanto ceto politicante insindacabile. Dunque la sfida per una riconquistata simpatia della politica e dei politici si gioca sullo sblocco delle sue dinamiche interne (alternanza effettiva). Sfida che – a quanto pare – nessuno intende raccogliere: Pd e Pdl arroccati sulle loro pratiche collusive (ormai non più sotterranee), il M5S aggrappato alla sua insulare autoreferenzialità.