In pochi giorni hanno aperto nella zona dove abito due nuove rivendite di sigarette elettroniche a pochi metri di distanza che conferma l’espandere del fenomeno.

Nel documento di posizione congiunto dell’Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri (Aipo) e della Società Italiana di Medicina Respiratoria (SIMeR) sulle implicazioni alla salute derivanti dall’uso della sigaretta elettronica si legge che la sigaretta elettronica evaporizza una soluzione composta da nicotina sciolta in acqua (vario dosaggio a seconda delle marche per cui maggiore o minore rischio di dipendenza che si moltiplica se la sigaretta elettronica viene usata in associazione alla sigaretta), propilene glicole (irritante delle prime vie aeree), glicerolo e aromi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) sostiene che ad oggi non esistono evidenze scientifiche sufficienti per stabilire la sicurezza d’uso e l’efficacia della sigaretta elettronica come metodo per la disassuefazione da fumo, e raccomanda di regolamentare questi dispositivi come presidi medici o prodotti farmaceutici e non come prodotti da fumo”. Mentre l’American Thoracic Society (Ats), in un documento informativo, chiarisce che le sigarette elettroniche “non sono approvate dalla Fda (Food and Drug Administration) come dispositivi per smettere di fumare.

Ma allora che dispositivo è? Chi controlla il quantitativo di nicotina inserito? Da quali paesi arrivano le ricariche? Proprio in questi giorni il governo sta valutando di applicare una tassa sulla sigaretta elettronica che ha ridotto gli incassi del monopolio visto che, secondo la Federconsumatori, sono circa un milione e mezzo i cittadini che sono passati dalla sigaretta a quella elettronica. Ma non sarebbe più utile per il bene comune, che la Repubblica secondo la Costituzione dovrebbe proteggere, stimolare studi clinici appropriati a chiarire i rischi per la salute prima di prendere il fenomeno come positivo per il bene del cittadino perché riduce l’uso del tabacco?

Al Governo interessa comunque ”incassare” o preferisce “risparmiare” come ricaduta economica-sociale del fumo?