Le dimissioni del capo dell’agenzia delle entrate americane sono state “chieste e ottenute”. Così Barack Obama ha annunciato l’uscita di scena di Steven Miller, “acting commissioner” dell’Internal Revenue Service (Irs), l’agenzia responsabile di raccogliere le tasse degli americani. “Gli americani hanno ragione a essere arrabbiati, e lo sono anch’io – ha detto Obama, parlando dalla Casa Bianca -. Non importa di quale colore politico tu sia. L’Irs deve operare con assoluta integrità”. Obama ha annunciato un’inchiesta interna del Dipartimento alla Giustizia, mentre da martedì prossimo due commissioni di Camera e Senato si riuniranno per proseguire nelle indagini.

Obama cerca dunque di reagire mostrando rigore inflessibile – e protestando la sua totale estraneità – all’ennesimo caso politico che viene a turbare l’inizio del suo secondo mandato. L’accusa, per molti funzionari dell’Irs, è quella di aver preso di mira in modo cosciente e reiterato, sino ai limiti dell’accanimento, quei gruppi conservatori che negli anni scorsi hanno chiesto esenzioni alle tasse. Lo scandalo parte da Cincinnati, Ohio, dove attivisti dei movimenti conservatori denunciano a partire dal 2010 “un’attenzione eccessiva” da parte della locale agenzia delle entrate nei confronti di quei gruppi che, nelle loro denominazioni, presentano termini come “tea party”, “patriot” o “9/12” (una rete creata dal leader e presentatore televisivo conservatore Glenn Beck). A queste organizzazioni, che chiedono esenzioni fiscali sulla base della loro funzione “sociale” e non “politica”, i funzionari dell’Irs rispondono con un agguerrito fuoco di fila di domande, richieste di chiarimenti, obiezioni, velate minacce. Un impiegato, Ron Bell, arriva a dire ai responsabili di “True the Vote”, un gruppo conservatore che si occupa di trasparenza dei processi elettorali, che la loro domanda è “soggetta a revisione a Washington”.

Non è solo l’ufficio Irs di Washington a mostrare particolare attenzione alle attività dei gruppi conservatori. Casi simili si registrano in California, a El Monte e Laguna Niguel. Il presidente del Tea Party di Richmond, Virginia, Larry Nordvig, si vede recapitare a casa una lettera dell’Internal Revenue Service in cui si chiedono “nomi dei donatori, finanziatori, benefattori” del gruppo, con entità e data esatta delle donazioni. Al Wetumpka Tea Party dell’Alabama le esenzioni fiscali arrivano soltanto dopo due anni di battaglia legale, mentre in altri casi, come denunciato da alcuni avvocati, l’eccessiva pressione dell’ufficio delle tasse colpisce quei gruppi che nella loro ragione fondativa hanno l’opposizione alla riforma sanitaria di Barack Obama.

Inevitabile, a questo punto, l’intervento del presidente, che per legge (a partire dallo scandalo Watergate) non può intervenire direttamente su questioni fiscali legate all’Irs, ma che attraverso il suo Segretario al Tesoro ha chiesto le dimissioni dell’attuale direttore Miller e promesso un’inchiesta il più possibile profonda ed esauriente. Una delle cause di abusi e malfunzionamenti, dicono fonti dell’amministrazione, starebbe comunque nella legge, che consente ai gruppi “501(c)(4)”, quelli appunto con fini sociali e non politici, di non rivelare donatori e destinazione dei propri investimenti e di chiedere comunque i privilegi fiscali. La vaghezza della legge, che non distingue tra attività politiche e sociali, mantiene una continua zona d’ombra e permette a molte organizzazioni, conservatrici ma anche progressiste, di fare attività politica ammantandosi di alti scopi legati al bene collettivo. Alcuni di questi gruppi spendono il 49% dei loro fondi in politica; “American Crossroads”, l’organizzazione fondata da Karl Rove, tra i bastioni più potenti della politica repubblicana, pretende di fare anch’essa “attività sociale”.

Il caso dell’Irs è comunque soltanto l’ultimo inciampo per Barack Obama, il cui secondo mandato è cominciato con un fuoco di fila di sconfitte e passi falsi inimmaginabili sino a qualche mese fa. Naufragio della legge sulle armi, difficoltà nella riforma dell’immigrazione, cattiva gestione dell’attacco a Bengasi, intercettazioni ai giornalisti di Associated Press e ora lo scandalo delle tasse restituiscono l’immagine di un presidente sempre più debole e meno capace di imporre un’agenda riformatrice.