Molti si sono stupiti per la creazione di un Ministero dell’integrazione nel nuovo governo italiano. Esprimono perplessità, pur essendo lontani da ogni pensiero xenofobo o discriminatorio nei confronti delle varie etnie presenti nel nostro paese. Pur condannando ogni manifestazione di intolleranza nei confronti del Ministro Cecile Kyenge.

Parlare di integrazione, oggi, appare sempre più un anacronismo: un termine superato dalla storia, che poteva andare bene cinquanta-sessant’anni fa, ma che nell’epoca della globalizzazione rischia di essere solo un meschino sotterfugio per sfuggire ancora una volta a precise responsabilità sociali.

Sociologi come Zygmunt Bauman sostengono da anni che “non ci sono culture superiori in cui integrarsi”. Che non si deve parlare di integrazione, quanto di “riconoscimento delle diversità”. Con tutto quello che consegue in riferimento alla cultura, alla lingua, alla religione, ai costumi.

Dobbiamo abituarci a convivere con le diversità e non certo a pretendere di annullarle, costringendo chi viene da un altro paese ad adeguarsi e a farsi cittadino italiano. In una società senza confini, quale si prefigura in futuro un mondo sempre più globalizzato, l’integrazione non ha più senso. Semmai ne ha il diritto alla libera circolazione. L’intero pianeta è la casa dell’uomo, indipendentemente dal luogo di nascita.

Per lo stesso motivo la questione sull’applicazione dello ius soli è un falso problema. Quando fu adottato dagli Stati Uniti e dalla Francia rappresentò un punto di forza democratico, una legislazione d’avanguardia a cui guardare. Imitarlo adesso, a distanza di secoli, è inutile.

Qual è il senso di offrire la cittadinanza a chi nasce in una determinata nazione, quando il privilegio della cittadinanza sta venendo meno? Quando il potere delle nazioni è sempre più sottratto da organismi sovranazionali e le grandi decisioni economiche sono prese altrove? Il possesso della cittadinanza non garantisce, di per sé, la dignità di un lavoro, la qualità dei servizi sociali, dei diritti civili, della sicurezza, della salute e del rispetto.

Tra gli italiani ci sono cittadini che si sentono “stranieri” e “non riconosciuti” per le loro idee, per la loro religione, per le loro preferenze sessuali, per il loro stato civile, per la loro età. O anche solo perché poveri.

La cittadinanza non garantisce tutto questo perché le nazioni stanno attraversando la più grave crisi della loro esistenza, che è poi la crisi della modernità.

La cittadinanza permette di votare, è vero: ma ora che la politica ha perduto potere decisionale, l’ampliamento del suffragio sembra garantire unicamente la sopravvivenza dei partiti.

Più che un riconoscimento formale, allora, sarebbe meglio un riconoscimento reale delle differenze. Di qualunque genere e provenienza esse siano.

Ma chi avrà il coraggio di istituire un Ministero delle diversità?