Riflettevo sul fatto che per me leggere assomiglia al modo che avevo di amare quando ero giovane. Allora, e parlo di parecchi anni fa, dissipavo i miei sentimenti un po’ a caso, credendo di essere innamorata ora di quello ora dell’altro. Facevo per lo più pasticci. Iniziavo una storia, poi non riuscivo a chiuderla e ne cominciavo un’altra. Era la fine degli Settanta, i costumi molto liberi e le mie idee confuse a tal punto da ignorare a volte il mio stesso desiderio. Poi un giorno arrivò una vera passione, e tutto si fece chiaro, fine dei pasticci, desideri limpidi e finalmente felice. Poi naturalmente la vita prese nuove strade e arrivarono imprevisti, dolore, abbandoni. Ma da allora imparai a riconoscere con più chiarezza quello che desideravo.

Non l’ho invece imparato nella lettura. Mi comporto ancora come quella ragazza, prendo un libro, mi piace così così e ne inizio un altro, li alterno, poi per un capriccio ne scelgo un terzo e porto avanti clandestinamente le tre storie. A volte addirittura se qualcuno me ne consiglia un quarto, inizio anche quello. Poi però arriva per caso (un regalo) un libro adatto a me, della mia misura, che parla la mia lingua. E allora dico addio a tutti gli altri, anche se rimangono poche righe alla fine. Li vedo silenziosi sul comodino rimproverarmi tacitamente dell’abbandono e so che per un po’ non li guarderò neanche.

Questa volta il libro che ha fatto piazza pulita è l’ultimo di Andrea Bajani, Mi riconosci, edito da Feltrinelli nel marzo di quest’anno. Non dirò quali fossero gli altri tre abbandonati, dirò solo le loro nazionalità e l’epoca: donna inglese inizio Novecento (non è ovviamente la Woolf), uomo italiano contemporaneo morto, uomo italiano contemporaneo vivo.

Andrea Bajani ha circa 38 anni, è nato nel 1975 (proprio all’epoca dei miei amori disordinati e disorientati). Lessi nel 2010 il romanzo Ogni promessa che mi piacque molto. Soprattutto apprezzai la sua lingua, un italiano pulitissimo e libero, con metafore fluide come acqua corrente, mai un incepparsi nella letterarietà, mai un attimo di noia. Le immagini uscivano dal libro piene di poesia e realtà. Luce e ombra, vita, morte e desideri raccontati con estrema sincerità e arguzia. Si trattava di un bellissimo romanzo. Questo Mi riconosci non è un romanzo: è una lettera dolente, un lungo ripetuto “tu” e quel “tu” è Antonio Tabucchi.

Il libro si apre con una macchina scura lungo i viali del Prazeres, un quartiere di Lisbona, dietro alla quale c’è “tua moglie e i tuoi figli. Dopo tutti gli altri”. Da lì comincia il viaggio, e se come è accaduto a me, perderete la testa per l’italiano incantevole di Bajani e il suo modo di raccontare, le altre vostre letture le lascerete dove stanno.

Mi riconosci, dopo l’apertura sul giorno del funerale, corre avanti ma poi torna indietro, Antonio Tabucchi è il legante che tiene insieme i voli del tempo e del cuore. Bajani riesce a scrivere quello che ho sempre pensato: quando muore qualcuno di molto importante per noi, ci dicono: “devi guardare avanti” e invece quello che accade nella realtà è che in quelle occasioni si guarda disperatamente indietro, per recuperare (e perdere di nuovo) ogni istante, ogni emozione, ogni risata e gli insegnamenti involontari che quel legame ci ha regalati.

L’amicizia che lega i due scrittori dura quattro anni: è fatta di incontri densi di parole e di giochi, il funambolismo di Tabucchi trova nella prontezza di Bajani una spalla ideale; insieme se ne vanno per Lisbona, a passeggio per Parigi o nella Vecchiano un po’ stanca e trascurata e poco importa se è solo il fantasma del grande scrittore che riposa nel proprio salotto accanto al giovane amico.

Le case sono centrali nella scrittura di Bajani: Ogni promessa si apriva proprio con la descrizione stupefatta di una casa dove una donna è appena uscita, portandosi via mobili e pezzi interi di vita. Qui ci sono le case dove Tabucchi chiede a Bajani di passare, per controllare che in assenza del padrone, non se ne siano andate, scomparse dispettosamente per sempre.

Infine, per chi ama scrivere, questo libro è una grande lezione di “decenza quotidiana” (cito Montale): toglie a questo mestiere quella patina superficiale di mondanità e piacevolezza, colloca lo scrittore davanti alla responsabilità quotidiana verso la letteratura, verso il lettore. Mostra l’attitudine seria che deve mantenere con se stesso, proprio mentre sulla pagina descrive magari le capriole di un pagliaccio al circo.

Chi ha amato Tabucchi lo ritrova in queste pagine con tutto la sua ironia, personaggio lui stesso, geniale giocoliere della nostra migliore narrativa. Ho imparato molto dai suoi splendidi racconti (soprattutto quelli de Il tempo invecchia in fretta) e dal romanzo che lo ha reso celebre, Sostiene Pereira. Ma a parlar di lui, lascio Andrea Bajani.