Dici “Europa” oggi e viene in mente crisi, austerità, disoccupazione. Dicevi “Europa” ieri e veniva in mente pace, integrazione, solidarietà. Ma cos’è successo? Dal 2008 molte cose, la maggior parte cattive, ma a ben guardare, non tutto il male viene per nuocere.

Il 9 maggio si è celebrata la festa dell’Europa per ricordare la cosiddetta “dichiarazione Schuman”, il discorso tenuto a Parigi il 9 maggio 1950 dall’allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman in cui si parla per la prima volta di Europa come unione economica e, in prospettiva, politica tra i vari stati europei, l’inizio del processo d’integrazione europea.

Mai come quest’anno, questa ricorrenza è stata al centro delle critiche. Molti pensano: ma come si fa a festeggiare l’Europa in piena crisi dell’Euro? La ragione è semplicissima: l’Europa non è causa ma soluzione dell’attuale crisi (anche se qualche responsabilità ce l’ha eccome). Spieghiamoci meglio. Dal 2008, e soprattutto negli ultimi mesi, l’Europa (o l’Ue come si ama semplificare) è accusata di tutti i mali di questa crisi: di averla generata, di aver imposto condizioni di austerità ai paesi più deboli e, quel che peggio, di costituire con l’Euro il principale ostacolo alla sua soluzione (ah se si potesse svalutare…).

Se fossimo in un romanzo di Daniel Pennac, l’Europa sarebbe il bouc émissaire (capro espiatorio) perfetto. In questi anni l’Europa, suo malgrado, è riuscita a far passare in secondo piano le irregolarità dei mercati finanziari internazionali, la speculazione mondiale sulle subprime americane, la corruzione cronica di alcuni paesi e l’incapacità politica ed economica di alcuni governi europei. Con uno schiocco di dita, l’Europa si è addossata tutti questi peccati arrivando a farsi odiare anche in quei Paesi, come l’Italia, da sempre a maggioranza europeisti (un recente sondaggio condotto da La Stampa vede il 58% degli italiani guadare all’Europa come ad un problema).

Una cosa è sicura: l’Europa così com’è fatta oggi, è incapace di uscire dalla crisi. Questo perché oggi l’Unione europea, come sanciscono gli attuali trattati, è schiava dei governi nazionali che con i loro leader, che arrivano in pompa magna una volta al mese a Bruxelles, dettano la rotta dell’armata Brancaleone. Ecco allora le misure di austerità imposte ai paesi del Sud da quelli del Nord, la gestione criminosa dell’emergenza bancaria a Cipro, e l’impossibilità dei cittadini europei (del Nord come del Sud) di aver in reale controllo su quello che viene deciso.

Ma attenzione: come in ogni crisi, anche da questa si potrebbe uscirne più forti di prima. Tra critiche ed errori, a Bruxelles si stanno gettando le basi per un’integrazione europea che non sia solo economica ma anche politica, ovvero che faccia dell’Ue un vero ed unico soggetto in grado di gestire razionalmente crisi come questa: un’autentica federazione europea. Solo un’entità politica integrata, con un’unica politica di bilancio, un’unità fiscale, una banca davvero centrale e un parlamento davvero espressione della volontà popolare e con il giusto potere, sarà in grado, non solo di gestire eventuali crisi future, ma soprattutto di rimettere il progetto europeo sui binari su cui è nato e che conducono ad una realtà politico e sociale integrata, prospera e pacifica.

Quindi, per ritornare alla domanda iniziale, ha ancora senso festeggiare l’Europa? Secondo il modesto avviso dello scrivente, Sì, ma non in modo sterilmente celebrativo (perché così com’è non piace a nessuno) bensì per indirizzarne l’evoluzione nell’unico ed esclusivo interesse dei suoi cittadini. Qualcuno almeno ci sta provando. Sabato 11 maggio a Firenze (partenza alle ore 15.00 da Piazza Indipendenza) si terrà una manifestazione che percorrerà il centro della città con lo slogan “Gli Stati Uniti d’Europa per superare la crisi”. Che sia questo lo spirito giusto?

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