“L’influenza rilevante nella proprietà o nella gestione di una o più reti radiotelevisive o telematiche, nonché di uno o più quotidiani o periodici a diffusione nazionale o interregionale è causa di ineleggibilità alla carica di deputato e di senatore della Repubblica, nonché di incompatibilità con la carica di Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio dei ministri, Presidente e giudice della Corte costituzionale, Ministro, Vice Ministro, Sottosegretario di Stato, vice presidente del Consiglio superiore della magistratura e Presidente della Giunta regionale. Altri casi di conflitto di interessi possono essere regolamentati con legge”.

E’ questa una delle disposizioni che il Sen. Luigi Zanda, Presidente del Gruppo del Pd al Senato, propone di aggiungere all’art. 21 della Costituzione per scongiurare il rischio che in futuro la democrazia possa ritrovarsi ancora esposta al rischio che Tycoon dei media, siedano in Parlamento o, peggio, occupino ruoli chiave nei vertici delle istituzioni della Repubblica come – sebbene nella relazione al disegno di legge Mr. B. (Silvio Berlusconi) non venga mai espressamente nominato – avvenuto nell’ultimo ventennio nel nostro Paese.

Rigida e severa – forse, troppo, persino per un Paese ammalato cronico di intrecci perversi media-politica, come il nostro – la regola che il Senatore Zanda vorrebbe inserire addirittura nella nostra Costituzione: basterebbe, infatti, l’esercizio di “un’influenza rilevante” nella gestione di “una o più reti televisive…nonché di uno o più quotidiani o periodici” per far scattare l’ineleggibilità a membro del Parlamento o ai vertici di una delle altre Istituzioni repubblicane.

Il disegno di legge ha, tuttavia, il merito di sollevare, sin dall’avvio dei lavori della nuova legislatura uno dei principali problemi per il futuro della democrazia in Italia: se non si spezza con forza il rapporto perverso tra il controllo dei media e quello delle istituzioni non ci sarà mai legge elettorale che valga a porre la nostra democrazia al riparo da operazioni di pericoloso hackeraggio del sistema a vantaggio degli interessi egoistici di quanti, di volta in volta, riusciranno a garantirsi il controllo dei media.

Ed è, infatti, proprio il pluralismo dei media l’altro problema al centro del disegno di legge presentato dal Senatore Zanda il cui primo comma mira ad introdurre nella costituzione, sempre all’art. 21, una norma secondo la quale “La Repubblica garantisce e tutela con apposite norme il pluralismo dell’informazione, ne favorisce l’imparzialità, pone limiti alle concentrazioni e vieta posizioni dominanti nella proprietà di imprese che producono informazione a diffusione nazionale, regionale o interregionale.”

Principio sacrosanto anche se, in realtà, non è nuovo.

Il problema è che regole ed Autorità che pure già ci sono, non sono state, sin qui, in grado di garantire che si passasse dalla teoria alla pratica e che si impedisse la formazione degli oligopoli dell’informazione che hanno così orribilmente condizionato la vita democratica del Paese.

Una sola piccola sbavatura nel disegno di legge, una “stecca” digitale, un’antipatica conferma di quanto il Paese non abbia ancora raggiunto un livello accettabile di alfabetizzazione digitale. Tra i limiti, superati i quali scatterebbe l’ineleggibilità il Senatore Zanda inserisce anche “L’influenza rilevante nella proprietà o nella gestione di una o più reti…telematiche”.

Difficile comprendere a cosa si riferisca.

Internet è una “rete telematica” – o, meglio ancora, una rete di reti – ma, naturalmente, il Senatore non pensa che Mr. B. – o i suoi posteri – possano acquisire il controllo di una o più Internet!

Probabilmente nel disegno di legge ci si voleva riferire all’eventualità che qualcuno acquisisca il controllo di piattaforme online idonee a influenzare in modo significativo il sistema dell’informazione. È una preoccupazione corretta e condivisibile e, anzi, dovrebbe essere la prima preoccupazione di chi abbia l’ambizione di garantire al Paese il necessario pluralismo informativo negli anni che verranno.

È però indispensabile, nell’affrontare il problema, riflettere sulle molteplici forme attraverso le quali, domani, la legittima aspirazione al pluralismo informativo potrà essere ostacolata.

L’assenza di net-neutrality, talune pericolose intese tra i gestori delle autostrade dell’informazione e produttori di contenuti, restrizioni all’accesso delle principali piattaforme di distribuzione dei contenuti online sono queste – e molte altre – le sembianze che i nuovi oligopoli dell’informazione potrebbero avere. Bisogna prepararsi a saperli riconoscere ed ad evitare che si formino.

L’esperienza della regolamentazione dei media tradizionali insegna che, una volta che un oligopolio si è formato, smantellarlo è un’operazione quasi impossibile.