“C’è una possibilità – parlo di possibilità, perché dipenderà dalle decisioni che verranno prese – che su quei numeri sia prevista la costruzione in Italia di 1.215 ali…..Il valore di milleduecento ali si aggira intorno ai 6 miliardi di dollari.” (Camera dei Deputati, resoconto stenografico dell’audizione in Commissione Difesa 1 febbraio 2012, pagina 8). Il generale Domenico Esposito, direttore generale degli armamenti aeronautici, sprizzava ottimismo quando espose le prospettive industriali che si aprivano all’Italia grazie all’F-35. Erano i giorni dei diecimila posti di lavoro.

Nelle diapositive mostrate durante l’audizione si aggiungeva anche che “la produzione/assemblaggio ali costituisce il maggiore contributo alla partecipazione industriale italiana” al progetto e si azzardava come bisognasse capitalizzare la capacità produttiva del FACO di Cameri (798 milioni di euro pagati dal contribuente) “per assorbire richieste produttive in eccesso rispetto alla capacità di Fort Worth” (Fort Worth è la sede degli stabilimenti Lockheed n.d.r.). A Cameri si possono costruire fino a “sei ali al mese” il che, se gli ordini dovessero arrivare, significherebbe lavoro per duecento mesi, quasi 17 anni.

Nei mesi successivi, però, di contratti per le ali italiane non si è più sentito parlare. O meglio, quelle “milleduecento ali” si erano come volatilizzate. L’unico contratto di cui si era avuta notizia, ma ben quattro anni prima, era di 15 milioni di dollari per le fasi preliminari della produzione. Poi, il 2 maggio, un altro annuncio: 141 milioni di dollari ad Alenia Aermacchi per l’assemblaggio della prima ala (compresi 60 milioni per i macchinari). In realtà il protocollo di intesa con la Lockheed era stato firmato a febbraio e allora si era detto che comportava potenzialità di lavoro “fino a 1,5 miliardi di dollari”. E quelle milleduecento ali sembravano MIA, missing in action, nessuno sapeva più dove fossero finite. 

Dove siano finite, almeno in parte, adesso è chiaro: in Israele. Qualche giorno fa la IAI, l’azienda aeronautica del governo di Tel Aviv, ha firmato un contratto con Lockheed per costruire ali per l’F-35. Nel comunicato non si specifica quante saranno ma si dice chiaramente che si tratta di una commessa del valore “fino a 2,5 miliardi di dollari”. Val la pena di ricordare che Israele non è un partner del progetto come lo è l’Italia. Il nostro bilancio ha già sborsato circa due miliardi di dollari per la fase di ricerca e sviluppo e ha messo quasi un altro miliardo per l’infrastruttura di Cameri. Israele nulla di tutto ciò: ha ordinato venti F-35 con il meccanismo delle Foreign military sales, cioè è il governo statunitense che effettivamente compera gli aerei e poi li “rivende” agli israeliani. Israele non ha messo una lira per la ricerca e lo sviluppo e in più la spesa per l’acquisto è coperta da un mutuo di Washington per tre miliardi di dollari. In cambio, già a settembre 2010 quando venne ufficializzato l’ordine, l’agenzia Reuters scriveva che gli israeliani avrebbero costruito 800 ali per l’aereo, nell’ambito di un pacchetto di compensazioni pari a 4 miliardi di dollari.

Dunque, c’è un contratto israeliano per 2,5 miliardi che dovrebbe riguardare 800 ali. E uno potenzialmente di 1,5 miliardi con l’Italia. Mia nonna diceva “se due più due fa quattro”: allora, se gli italiani hanno firmato un accordo da 1,5 miliardi vuol dire che a Cameri di ali, al massimo, se ne costruiranno 480. E le altre 800 circa? In Israele, naturalmente. I conti tornano perfettamente.

Altro che offrire la capacità produttiva alla Lockheed, altro che sei miliardi di dollari (un’altra bufala? stando al contratto israeliano 1200 ali valgono al massimo 3,75 miliardi. E gli altri 2,25 di chi sono?). Sempre di più dunque questo programma è un mistero neppure tanto buffo, un tragico valzer degli inganni. Sperare in un ravvedimento di questo improbabile Governo è inutile. Al ministro amico di Finmeccanica adesso si è aggiunta la sottosegretaria Roberta Pinotti, che appena insediata ha annunciato che si prodigherà per dare lavoro all’industria delle armi.

Intanto, nel resto del mondo si annunciano tagli e ripensamenti. Gli olandesi stanno pensando di tagliare i loro aerei da 80 a 35 e i due che hanno già comperato sono stati messi a terra per due anni in attesa di una decisione. Persino gli inglesi, partecipanti di 1° livello al progetto (noi siamo solo di 2° livello) forse non compreranno più di 48 aerei, per la sola Royal Navy. Lo ha detto il segretario alla difesa britannico, Philip Hammond, in un’intervista alla britannica Sky News. Il ministro di Sua Maestà ha affermato che non intende prendere impegni oltre questi 48. “Dipende dalla politica, dai soldi e dalla situazione mondiale”. Per ora, solo noi siamo sicuri che avremo tanti soldi e che dovremo andare a bombardare a destra e a manca. Vincere e vinceremo.