Oggi è la giornata mondiale della libertà di stampa. Un’occasione in tempi difficili per ricordare la storia del nostro paese negli ultimi venti anni. Molto si può dire e si è detto sul nuovo corso politico e sulle giravolte del Pd. Tradimento del voto, tradimento del premio di maggioranza raccolto con Sel, tradimento degli impegni presi su: conflitto di interessi, ineleggibilità, legge Antitrust. Ma c’è un tema che rende ancor più inaccettabile l’intesa con le truppe berlusconiane. La negazione di quanto avvenuto in Italia nel campo dell’informazione. Una memoria terribile che i novelli pacificatori vogliono farci perdere. No, non può passare anche questo processo di estraniazione dalla realtà! Per parte mia la memoria ce l’ho ancora perché da oltre venti anni mi occupo del tema ed ho avuto la sorte di poter essere testimone,a vario titolo e sempre perdente, di queste vicende. 

Dunque, una brevissima cronologia. Anno 1986, in barba alla Corte Costituzionale, Craxi con un decreto legge legittima le reti Fininvest finite nel mirino della magistratura. Anno 1990 viene approvata la legge Mammì che non solo consente a Berlusconi di avere tre reti nazionali, ma anche di farne altre tre, le cosiddette Telepiù. Anno 1992, piano delle frequenze addomesticato a tal punto da essere sequestrato dalla magistratura. Anno 1993, Vizzini ministro delle poste e Amato Presidente del Consiglio rilasciano, senza un piano delle frequenze, le concessioni a Berlusconi. Anno 1994 la Corte Costituzionale dice che tre reti di proprietà di uno stesso soggetto sono troppe, ma non succede nulla. Anno 1997, legge Maccanico, due reti al massimo, però, con un cavillo giuridico proposto da una mente raffinata, il limite non vale “fino a che non ci sarà un congruo numero di parabole”. Fede così non va sul satellite! Anno 2002 la Corte Costituzionale dice che il “congruo” non va bene e che ci vuole un limite temporale certo all’applicazione del tetto delle due reti (cioè la scoperta dell’acqua calda). Anno 2004, arriva Gasparri e dice: non c’è bisogno del termine, il passaggio al digitale moltiplicherà le risorse. Anno 2007, inizia il digitale ma le frequenze sempre agli stessi, anzi allo stesso, e per giunta moltiplicate per quattro. Anno 2009, procedura di infrazione della Commissione Europea per l’uso delle frequenze in Italia. Soluzione: beauty contest, cioè regalo! Anno 2012, no ci vuole una gara di cui si sono perse le tracce. Intanto vengono assegnate in via definitiva le autorizzazioni per 20 anni e non c’è limite al numero di programmi controllati dal medesimo soggetto (caso unico sul pianeta).
Fin qui le frequenze, che fino a prova contraria dovrebbero essere un bene pubblico. Quanto alla pubblicità stesso discorso. Gli editori se la prendono con internet, forse giusto, forse no, ma dimenticano che Publitalia ha drenato, in assenza di regole e regolatori adeguati, le loro risorse per decenni. Noi siamo l’unico posto, stavolta non del mondo ma dell’universo, dove la pubblicità non è considerata un mercato rilevante ai fini dell’applicazione delle regole sulla concorrenza, grazie alla legge Gasparri e a decisioni o non decisioni passate di Agcom (a maggioranza) e dell’Autorità della concorrenza. Risultato: la concentrazione mediatica, rafforzata da lunghi anni di controllo della Rai, ha prodotto la più immane pialla delle coscienze della storia recente del nostro povero paese. Intere generazioni e gruppi sociali perduti nel mito di un consumismo edonistico, ammaliate dall’egocentrismo di Berlusconi. Una perdita di valori tragica che ha finito per colpire anche le classi dirigenti che avrebbero dovuto opporsi. Opportunismi, ambizioni personali, tutto pur di apparire, di raggiungere notorietà e potere. Si è detto che ora bisogna pacificare, deve finire la guerra. Ma per farla ci vogliono due eserciti che si combattono. Nel nostro caso, invece si è trattato di un’occupazione ed ora di una capitolazione