Niente condanna esemplare, niente autorizzazione per indagare sulle 200 e passa sacche di sangue sequestrate: è questo l’esito, deludente, del processo di Operacion Puerto. Eufemiano Fuentes – il ‘genio’ del doping, il mago dell’emotrasfusione – è stato condannato soltanto ad un anno di prigione, e non finirà in carcere perché potrà beneficiare della sospensione della pena. Ancora meglio è andata all’ex direttore sportivo della Kelme, Ignacio Labarta, condannato ad appena quattro mesi. Assolti, invece, gli altri tre imputati, Yolanda Fuentes (sorella di Eufemiano), Vicente Belda e soprattutto Manolo Saiz, deus ex machina del ciclismo spagnolo a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila. Così il maxi-processo sulla più grande inchiesta di doping della storia si è risolto in una semplice procedura disciplinare: l’unico risultato concreto, infatti, sarà l’interdizione per quattro anni dall’esercizio della professione medica sportiva per Eufemiano Fuentes; e una multa pecuniaria di circa 4500 euro.

Le cause di un verdetto così tenero sono da ricercare nelle maglie della legislazione spagnola: dove il doping (al contrario che in Italia, ad esempio) non costituisce reato penale. Per questo – come specificato anche nella sentenza – i giudici sono stati chiamati a giudicare non le pratiche dopanti praticate e ammesse da Fuentes e da diversi suoi clienti, bensì a stabilire se queste costituissero o meno un crimine contro la salute pubblica. E la risposta a questa domanda è stata solo parzialmente positiva.

Ma la vera notizia è la decisione da parte della Corte di Madrid di respingere al mittente le richiesta avanzata dalla Wada (World Anti-Doping Agency) e dalle altre autorità sportive (tra cui anche il nostro Coni, l’Unione Ciclista Internazionale, la Federciclo spagnola) di poter entrare in possesso delle sacche di sangue sequestrate nell’ormai lontano maggio del 2006 dagli uffici di Fuentes. I giudici hanno deciso di privilegiare le garanzie processuali e tutelare i diritti fondamentali degli imputati. Per questo quando la sentenza diventerà definitiva le sacche saranno distrutte.

E questo ha scatenato l’indignazione di tutto il mondo sportivo: c’è chi parla di una grande occasione persa per dare un segnale nella lotta contro il doping, e chi non esita ad utilizzare parole più forti come ‘scandalo’ o ‘farsa’. Secondo alcuni, con la sentenza di oggi la Spagna si sarebbe addirittura ‘giocata’ le Olimpiadi del 2020, per cui Madrid sembrava favorita rispetto alle candidature di Istanbul e Tokyo.

Ben più che l’entità della punizione inflitta a Fuentes, infatti, in ballo c’era la possibilità di far luce sui risvolti ancora oscuri della vicenda. Nell’indagine sono stati tirati in ballo 58 ciclisti professionisti. Ma questi, per ammissione dello stesso Fuentes, non costituirebbero che una piccola parte della sua clientela: le sacche di sangue sequestrate dalle forze dell’ordine sono più di 200, e nel corso del dibattito Fuentes ha affermato di essere in grado di identificarle tutte, dalla prima all’ultima. Ma i giudici non gli hanno chiesto di farlo. Così come non hanno approfondito altre dichiarazioni scomode di Fuentes: che in più riprese ha sottolineato come la sua clientela non fosse circoscritta al solo mondo ciclismo, e che tanti atleti di tanti altri sport si avvalessero delle sue ‘prestazioni’. In particolare, Fuentes aveva insinuato pesanti sospetti sui successi del calcio spagnolo negli ultimi anni. E Inaki Badiola, ex presidente della Real Sociedad (squadra che nella stagione 2002/2003 era finita sorprendentemente seconda in campionato), aveva di recente denunciato l’esistenza di pratiche illecita durante quegli anni.

Ma di tutto questo, probabilmente, non sapremo nulla. La speranza resta relegata al libro che Eufemiano Fuentes dovrebbe scrivere una volta che il processo si concluderà in tutti i gradi di giudizio, e in cui ha promesso di “raccontare tutta la verità”. Quella che la Corte di Madrid non ha potuto, saputo o voluto scoprire.