E’ a rischio la nuova legge sull’immigrazione negli Stati Uniti. Quando sembrava in dirittura d’arrivo il progetto della “Gang of Eight” – i quattro senatori democratici e i quattro repubblicani che hanno proposto la progressiva legalizzazione per undici milioni di immigrati in cambio di maggiori controlli alla frontiera – è arrivata la doccia fredda: molti deputati repubblicani della Camera, i più conservatori, non ci stanno. L’opposizione rischia di far fallire un altro dei punti qualificanti del secondo mandato di Barack Obama, già pesantemente sconfitto nella battaglia politica sulle armi.

Sindacati, associazioni per i diritti, gruppi progressisti stanno in queste ore preparando il May Day 2013. Il tema dell’immigrazione, della regolarizzazione per milioni di lavoratori senza permesso, sarà centrale a molte manifestazioni. Le principali avranno luogo, non a caso, in California e Florida, due Stati profondamente toccati dal problema. A Los Angeles, dove il corteo partirà dall’Olympic Boulevard, il tema sarà quello delle “famiglie”: nove milioni di cittadini californiani vivono infatti in famiglie dove c’è almeno un componente senza permesso di soggiorno e lavoro. Una “carovana di auto e carri” muoverà a Miami, dal quartiere di Little Havana, per chiedere la regolarizzazione per i milioni di immigrati.

La mobilitazione sociale cerca di accelerare il voto su una riforma che, sino a qualche giorno fa, pareva certa. “La maggioranza dei due partiti vuole arrivarci nel più breve tempo possibile”, aveva detto Chuck Schumer, uno dei senatori parte della “Gang of Eight”. Cruciale al passaggio della nuova legge pareva l’azione di Marco Rubio, il senatore repubblicano di origini cubane, probabile candidato alle presidenziali 2016, vicino alle posizioni del Tea Party ma al tempo stesso preoccupato – come altri nel GOP – per la sempre maggiore distanza tra repubblicani e nuovi immigrati Usa. Il 71% del voto ispanico – e il 73% di quello asiatico – è andato a Barack Obama alle presidenziali 2012. Il trend, questa la preoccupazione di Rubio e altri big del partito, rischia di consegnare ai democratici settori consistenti di voto per le prossime generazioni, facendo perdere il controllo su Stati come Arizona, Texas, North Carolina e Georgia, tutti interessanti da potenti dinamiche sociali e demografiche legate all’arrivo di nuovi immigrati.

Negli ultimi giorni il voto positivo sulla riforma, più volte chiesto anche dalla Casa Bianca, appare però molto meno sicuro. Rubio, nonostante le credenziali saldamente conservatrici, non sembra infatti aver coalizzato intorno al progetto le voci più saldamente conservatrici tra i repubblicani, concentrati soprattutto nella Camera Usa. Rob Goodlatte, deputato della Virginia e chairman della Commissione Giustizia, ha infatti annunciato che la Commissione non aspetterà l’arrivo del piano della “Gang of Eight”, ma che considererà una serie di progetti indipendenti, anche se “più piccoli”. La mossa cerca di sollevare i repubblicani più conservatori dall’accusa di essere contrari alla riforma dell’immigrazione, consentendo al tempo stesso di far avanzare quelle parti della legge su cui i conservatori appaiono più determinati – per esempio, controlli più severi alla frontiera o permessi di lavoro temporanei, soprattutto nell’agricoltura – senza però arrivare alla concessione di quella che loro considerano “un’amnistia”.

L’alzata di testa di settori consistenti dei repubblicani ha ovviamente un altro scopo: quello di indebolire ulteriormente Obama, uscito politicamente azzoppato dalla battaglia sulle armi e con una fisionomia da “commander-in-chief” meno definita dopo l’attentato di Boston. E’ ovvio che questa “riforma in minore” proposta da settori del GOP non è quello che la stessa leadership repubblicana a questo punto auspica. Nel partito, negli ultimi mesi, si è aperta una riflessione che coinvolge gli errori che, in tema di immigrazione, sono stati compiuti durante le presidenziali 2012. L’allora candidato alla presidenza Mitt Romney, nello sforzo di non perdere il voto bianco più conservatore, si dichiarò a favore della “self-deportation”, della deportazione volontaria per milioni di immigrati. L’ipotesi, oltre che difficilmente attuabile, apparve da subito un clamoroso autogol dei repubblicani, alienando a Romney il voto delle minoranze etniche e facendolo apparire come un candidato troppo lontano dal centro dello schieramento politico. Tutti i sondaggi degli ultimi mesi mostrano infatti che la maggioranza degli americani è favorevole alla concessione di qualche forma di “legal status” agli immigrati senza documenti. La presa di posizione di Romney, da allora, è stata decisamente rivista. Paul Ryan, vice di Romney nella corsa per la Casa Bianca, è stato nelle ultime settimane uno dei simboli di questo cambiamento. A un evento a Chicago, organizzato con il deputato democratico Luis V. Gutierrez, Ryan ha detto che “un’ampia riforma dell’immigrazione è necessaria… Non vogliamo una società in cui la gente non può raggiungere la loro parte di sogno americano per il fatto di non essere pieni cittadini”.