Dal muro ‘antispaccio’ di via Anelli a Padova al ministero dello Sviluppo economico. Flavio Zanonato, classe 1950, ex sindaco comunista della bianchissima Padova, deve il proprio incarico nel governo guidato da Enrico Letta proprio al primo ministro. Diversamente da quanto dicono le mappature giornalistiche, che inquadrano il ministro dello Sviluppo economico e quello degli Affari regionali Graziano Delrio nella quota del sindaco di Firenze Matteo Renzi, Zanonato è stato preferito da Letta rispetto all’ex sindaco di Torino Sergio Chiamprino, votato dai renziani anche negli scrutini per il Quirinale. Tanto che da Palazzo Vecchio informano che “noi ne potevamo scegliere uno e abbiamo scelto Graziano”.

A favorire Zanonato nelle grazie di Letta è stata l’intercessione di Franco Frigo, ex presidente Dc della regione Veneto tra il 1992 e il 1993, bruciato in quegli anni incandescenti da un avviso di garanzia e poi assolto con formula piena. Sostenitore di Letta alle prime primarie per la segreteria del Pd nel 2007 e in procinto di sostituire Debora Serracchiani (appena eletta presidente della regione Friuli Venezia Giulia) all’europarlamento di Strasburgo, due giorni or sono Frigo commentava l’incarico a Letta sul Mattino di Padova dando per certa la presenza di Zanonato al governo.

Qualche anno fa il Corriere della Sera Economia scrisse che “Zanonato è il Formigoni del Veneto”. Proveniente da una famiglia operaia e cattolica, impegnato in politica sia dai movimenti studenteschi e poi come dirigente del Pci, Zanonato è grande amico personale di Graziano Debellini, fondatore della fraternità di Comunione e Liberazione e leader carismatico dei ciellini veneti. Alla direzione nazionale del Pci di Botteghe oscure arriva per intercessione di Piero Fassino, per occuparsi del settore immigrazione ed emigrazione.

E sempre l’immigrazione lo porta alla ribalta nazionale molti anni dopo, nel 2006. Nei panni di ‘sindaco sceriffo‘ che vanno per la maggiore nelle praterie verdi del Triveneto, Zanonato fa infatti erigere un muro (anche se di lamiera) per recintare un quartiere ad alta concentrazione migratoria con problemi di spaccio. Un intervento che gli fa guadagnare le simpatie leghiste, suscitando fortissime proteste da parte delle associazioni di volontariato e della sinistra. Ma che probabilmente non basterà a ottenere la fiducia del Carroccio al governo Letta, vista l’innovativa presenza nella compagine di Cecile Kyenge.

Forse in consiglio dei ministri Zanonato saprà spiegare meglio il proprio metodo al filo spinato. Anche se ha da tempo annunciato che la recinzione “non serve più”. Sostenitore del fatto che il problema della sicurezza esista anche solo in quanto “percepito”, Zanonato ha sempre lamentato il fatto che “la fermezza” facesse “più notizia”, rimarcando che “proprio mentre tiravamo su il muro, abbiamo trasferito 260 famiglie di immigrati da tuguri a case decenti”.

A palazzo Moroni Zanonato era entrato per la prima volta da sindaco nel 1993, in seguito ad un largo accordo tra le forze politiche per fronteggiare il cataclisma di Tangentopoli. Un’elezione, quella di Zanonato, che fa scalpore nel bianchissimo Veneto, dove il potere scudocrociato va sgretolandosi, e che lui celebra regalando un colbacco dell’armata rossa al repubblicano Gianluca La Torre. Anche a Zanonato viene poi recapitato un avviso di garanzia da Carlo Nordio, ma senza conseguenze. Ridiventa sindaco nel 1995 con la nuova legge che prevede l’elezione diretta. Ma perde quattro anni dopo contro Giustina Mistrello Destro. Dopo una parentesi come consigliere regionale dei Ds, dal 2000 al 2004, si ricandida con successo alla guida della città guadagnando poi la ribalta nazionale nei panni di “sindaco sceriffo”. Il 22 giugno 2009 viene riconfermato sindaco di Padova, ottenendo il 52% delle preferenze contro il 48% del candidato del centrodestra Marco Marin.